Quello delle maglie è ormai un teatrino dai contenuti predefiniti e immutabili. “Assegnate le parti, corrono le comparse”, cantava anni fa Giovanni Lindo Ferretti. Da un lato i creativi, le esigenze del marketing, i nuovi canoni estetici; dall’altro i tifosi, l’ondata nostalgica e retro-maniaca, i post sui valori traditi. Maglie per ogni gusto e colore, talvolta riuscite, altre volte imbarazzanti, quasi come gli articoli di certa stampa che ne loda originalità e modernità, chissà se per reale convinzione o per la partnership che lega il produttore dei citati capi alla rivista stessa. Tra polemiche, marchette e indignazione, si va avanti fino al prossimo mélange cromatico, e il circo(lo) riprende. Unica, parziale eccezione: le maglie delle nazionali. Lì ci sono di mezzo le bandiere, quindi i margini di sperimentazione sono più ridotti. Creatività sì, ma con giudizio, almeno fino a quando non decide di scendere in campo la politica, e a quel punto il paese si spacca davvero. Ne sa qualcosa l’Austria, il cui cambio di colore scelto due anni fa dalla ÖFB, la Federcalcio locale, per la maglia da trasferta della nazionale, ha scatenato una bufera. I media lo hanno chiamato Türkisgate, liberamente traducibile come lo Scandalo del Turchese. Ma è stata davvero una mossa politica, o si è trattato di una paranoia complottista?

Il turchese è il nuovo colore della politica austriaca e risulta estremamente divisivo. È stato scelto direttamente dall’attuale Cancelliere federale dell’Austria, Sebastian Wurz, nel processo di rinnovamento del proprio partito, l’Österreichische Volkspartei (ÖVP), il Partito Popolare austriaco, che dal 2017 ha abbandonato la scritta bianca su sfondo nero a favore del turchese su sfondo bianco. Un restyling che ha coinvolto anche il nome, diventato Die Neue Volkspartei, con l’aggettivo “nuovo” a sottolineare la discontinuità con il passato. Partito di orientamento conservatore e democristiano, dal 1986 sempre nella maggioranza di governo, sotto la gestione Kurz l’ÖVP ha abbandonato l’alleanza con i socialdemocratici del SPÖ per formare un governo con la destra nazionalista rappresentata dal FPÖ, che però non ha concluso la legislatura a causa dei numerosi scandali, tra cui l’Ibizagate, che hanno colpito gli alleati. Così nelle ultime elezioni, tenutesi nel 2019, l’ÖVP ha formato una nuova alleanza di governo assieme ai Verdi.

Il turchese di Kurz può essere paragonato al verde di Salvini a livello di polarizzazione che l’utilizzo del colore può creare in determinati contesti. È quindi facile immaginare quale siano state le reazioni in buona parte del paese quando, due mesi dopo il secondo successo di Kurz alle elezioni, la ÖFB ha presentato le nuove divise, griffate Puma, per la nazionale austriaca. I colori erano nero e turchese. Una scelta che, secondo Puma, incarnava “lo stile di gioco veloce e creativo” che, nelle intenzioni della Federcalcio, avrebbe dovuto caratterizzare il nuovo corso dell’Austria. L’omaggio a uno stile fresco, giovane e dinamico, dicevano i canali istituzionali. Un deliberato omaggio politico invece secondo i critici. La ÖFB non brillava certo per trasparenza e chiarezza, e mentre da un lato parlava di scelta dei colori effettuata prima delle elezioni, dall’altro si è sempre rifiutata di spiegare se l’input iniziale per il turchese fosse arrivato dalla Puma o dalla stessa Federcalcio. Ulteriore dettaglio: il presidente della ÖFB Leopold Windtner è notoriamente vicino all’ÖVP, e per un abbondante ventennio è stato identificato quale componente della “Machttroika” (“Troika del potere”) austriaca, un piccolo gruppo di uomini che attraverso il proprio potere economico e politico, e le proprie reti dei relazioni, hanno influenzato i processi decisionali del paese (Windter è stato direttore generale per vent’anni della Energie Oberösterreich AG, un colosso nel campo energetico e delle infrastrutture). Il tutto all’interno della cornice costruita dal partito che governa da oltre trent’anni: l’ÖVP.

Non è la prima volta che l’Austria cambia i colori delle propria maglia. Dopo decenni in bianco, con pantaloncini neri, una leggenda del calcio del paese quale Hans Krankl suggerì di affiancare il rosso, altro colore della bandiera, al bianco, oppure di sostituirlo completamente. Ma a parte i laghi, ha commentato Felix Haselsteiner della Süddeutsche Zeitung, il turchese con l’Austria non c’entra nulla. Eppure anche l’aquila asburgica era stata riverniciata dal colore dell’ÖVP, anche se solo nella maglia (nera) di allenamento. Se ne è accorto, pur con due anni di ritardo, anche il leader dell’opposizione Jörg Leichtfried, che ha parlato di “cinica appropriazione”. Ma nel frattempo le polemiche hanno progressivamente diluito il turchese, che è scomparso dalla maglia nera ufficiale – senza alcuna spiegazione – rimanendo solo su calzoncini e calzettoni. La Uefa era stata anche interpellata dal giornale austriaco Zack Zack, tra i media più critici nei confronti di Kurz, sull’eventualità di vietare l’utilizzo del turchese all’Austria per contenuto politico, ma la risposta è stata negativa. Non esiste messaggio politico in un colore, ha scritto la Uefa, e le federazioni calcistiche nazionali sono completamente libere di scegliere il colore della maglia.

Con la tenuta nera e turchese l’Austria ha fatto la storia, battendo la Macedonia del Nord e centrando la sua prima vittoria nella fase finale di un Europeo, in un match comunque chiuso con la controversia legata all’esultanza di Marko Arnautovic, poi squalificato dalla Uefa per razzismo. Se il turchese si è trattato di un messaggio di amore al Cancelliere, come erano soliti fare i funzionari di Vienna ai tempi di Maria Teresa per mantenere ben lubrificati i canali relazionali (così Sandra Kegel sul Frankfurter Allgemeine), la missione può dirsi compiuta. Contro l’Olanda, l’Austria è scesa in campo in tenuta completamente nera, mentre contro l’Ucraina ha optato per il bianco-rosso. Un ritorno alle origini. Turchese o meno, dello stile di gioco veloce e creativo non si è comunque visto traccia né prima, né dopo.

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