Un giorno forse faranno un dizi sulle due anime del tifoso turco. I dizi sono le serie tv turche, un mix che ingloba elementi di soap opera, telenovelas e fiction senza appartenere a nessuna di queste categorie. Soprattutto, si tratta di produzioni dal successo clamoroso, tanto che la Turchia è seconda solo agli Stati Uniti nella distribuzione televisiva mondiale, grazie a un ventaglio di pubblico che spazia dal Sudamerica all’Asia fino alla Russia. Pochi paesi sono ossessionati dal calcio come la Turchia, ma anche da un’idea di calcio imbevuta di onore nazionale, orgoglio e lotta che ha generato rivalità tanto feroci da impedire in diverse occasioni alla nazionale di giocare a Istanbul per il rischio di scontri tra tifosi delle tre big del paese: Besiktas, Fenerbahce e Galatasaray. Basti pensare che anni fa una rissa tra le frange più radicali dei supporter di Besiktas e Galatasaray portò alla sospensione di una partita di basket in carrozzina. Eppure nel 2013 le proteste per la difesa del parco di Gezi in piazza Taksim, seguite dall’occupazione del parco quale epicentro delle proteste contro il governo Erdogan che dilagarono in tutte il paese raggiungendo dimensioni mai viste prima nella storia del paese, videro gli ultras dei tre club ricoprire un ruolo chiave, specialmente nel tenere al sicuro i manifestanti – molti dei quali non avevano esperienza di piazza pregresse – fornendo loro consigli su come sfuggire alla polizia o trovare rifugio. Soprattutto, lo fecero uniti. Durò solo pochi giorni, e dopo i fatti di Gezi Park è tornato tutto come prima, sugli spalti e in tutta la Turchia, che non è certo entrata nell’età dell’oro. Tuttavia la valenza simbolica del luogo, unita alla temporanea unità di intenti tra gruppi di ultras, ha lasciato il segno. “Prima che nascesse il movimento di protesta di Gezi Park”, ha scritto il giornalista Stephen Wood nel suo saggio Chi non salta è Erdogan, pubblicato da Iperborea nella collana The Passenger – Turchia, “immaginare che i sostenitori delle tre squadre più forti della Süper Lig trovassero un terreno comune era probabile come vedere l’allora primo ministro Recep Tayyip Erdogan a una sfilata del gay pride”.

In questo Europeo molti dei tifosi scesi in piazza a Gezi Park indosseranno la nuova divisa della nazionale turca, che rappresenta un ritorno al passato grazie alla fascia orizzontale all’altezza del petto con al centro la mezzaluna e la stella. Un kit ispirato al tema della “Turkiyem”, la Mia Turchia, con la scritta stampata all’interno del colletto. Una scelta operata dalla Federcalcio Turca in continuità con il trend cresciuto in parallelo al potere di Erdogan e conosciuto come “ottomania”, che si esplicita attraverso tentativi propagandistici di recupero sia della memoria storica dell’impero ottomano, sia degli aspetti della vita quotidiana (vedi ad esempio le divise delle hostess della Turkish Airlines). Facile cogliere i punti in comune tra questa “ottomania” e l’ideologia della “nuova Turchia” di Erdogan, finalizzata verso la riscoperta del proprio grande passato che diventa un carattere inconfondibile del proprio futuro. Un intreccio nel quale è difficile separare nazionalismo e orgoglio patriottico. Soprattutto se di mezzo c’è la nazionale. Si può essere membri del Çarşı, gruppo di ultras del Besiktas schierato apertamente a sinistra e favorevole a radicali politiche di inclusione sociale, aver combattuto a Gezi Park eppure indossare la “Turkiyem”. Due anime in un corpo solo.

La nazionale rappresenta l’anima del paese, ma non lo unisce. Quantomeno, non fino in fondo, viste la citata, forzata assenza da Istanbul, ma anche la difficoltà nel trovare un giocatore davvero nazional-popolare, amato da tutti senza distinzioni. Ancora una volta è la rivalità tra i club a rendere impossibile questa identificazione totale. Un tifoso del Fenerbahce non apprezzerà mai fino in fondo l’attaccante del Galatasaray titolare in nazionale. Tuttavia, sotto questo profilo, Euro 2020/21 porta con sé una novità: il giocatore turco 2.0, al secolo Caglar Soyuncu, difensore del Leicester City. La sua peculiarità è quella di non aver mai giocato nelle tre big di Istanbul, e nemmeno nella quarta squadra più blasonata di Turchia, il Trabzonspor. Quando, non ancora 20enne, i grandi club del paese manifestarono interesse nei suoi confronti, Soyuncu decise di rimanere con i dilettanti dell’Altinordu (piccola società di Smirne) per maturare esperienza. Quindi si trasferì al Friburgo, nella Zweite Liga tedesca, bypassando la naturale trafila che attende ogni talento turco. In Turchia nessuno si accorse di lui, almeno fino al suo passaggio in Premier League al Leicester City. Prezzo del cartellino: 20 milioni di sterline. “Una volta un amico che giocava nel Galatasaray”, ha dichiarato Soyuncu al Guardian, “mi disse che se giocavo nel campionato dilettanti non valevo niente, e nessuno mi avrebbe mai cercato lì”. Oggi Soyuncu è il calciatore turco che riscuote il gradimento più alto in patria, alla pari con Burak Yilmaz, che è il suo esatto opposto, visto che ha giocato con tutte e quattro le big turche. Soprattutto, la storia di Soyuncu è considerata un esempio per la nuove generazioni di calciatori turchi. Ognuno può emergere a modo suo. Chissà se anche su di lui, un domani, faranno un dizi.

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