Non bastavano la precarietà, i compensi ridotti al minimo e il tempo determinato rinnovato di anno in anno con selezioni ad hoc. Arriva anche la responsabilità per i contributi non versati dal datore di lavoro. Dura vita quella dei co.co.co, lavoratori precari che hanno appena subito una nuova batosta da parte della Corte di Cassazione in tema di indennità di disoccupazione e contributi pensionistici. Di che cosa si tratta esattamente? Nella sentenza 11430/2021, il tribunale supremo ha stabilito che il lavoratore resta responsabile per i contributi non versati all’Inps da parte del datore di lavoro. E che quindi non ha diritto agli ammortizzatori sociali nel caso in cui la sua posizione risulti irregolare nei registri dell’ente previdenziale. Ma deve pagare i contributi di tasca propria e poi eventualmente rivalersi con un’azione di risarcimento sul datore di lavoro. Una vera mazzata se si considera che quando un’azienda va in crisi i primi ritardi nei pagamenti sono per fornitori e oneri previdenziali e assistenziali. Per non parlare del fatto che, a causa della pandemia, solo nel 2020, Confcommercio stima siano scomparse oltre 300mila imprese. Con buon pace dei contributi dovuti ma non tutti versati per i dipendenti.

Tante sono inoltre le perplessità sul profilo giuridico della decisione della Corte. “La sentenza della Cassazione è abbastanza assurda. Inquadra il co.co.co come un lavoratore autonomo, mentre è evidente che non lo è. Seguendo questo filo logico, bisognerebbe accusare il datore di lavoro di appropriazione indebita con tanto di conseguenze penali. – spiega l’avvocato Alessandro Brunetti, esperto di materia del lavoro – Così si arriva quindi al paradosso che la vittima del reato non solo deve anche pagare per le condotte penalmente rilevanti e poi procede ad un’azione per recuperare il maltolto”. Una situazione complicata che diviene ancora più preoccupante anche per le casse pubbliche dal momento che, post-Covid. I fallimenti si moltiplicano. “E il 90% delle procedure è incapiente. Per non parlare dei tempi biblici (fra i sette e gli otto anni, ndr) per arrivare alla chiusura dei fallimenti” conclude l’esperto. Uno scenario che che vede intere generazioni diventare sempre più precarie senza peraltro garantire la tenuta del sistema previdenziale. Con le casse dell’Inps (e non solo visto che esistono anche le casse private e privatizzate) sempre più vuote.

La questione è particolarmente spinosa perché i precari sono un’ ampia fetta del mercato del lavoro italiano. Secondo il report dell’Osservatorio Inps dei lavoratori parasubordinati dell’aprile scorso, nel 2019 questa categoria di lavoratori ha superato quota 1,35 milioni. Quasi un milione sono collaboratori che operano sia nel pubblico che nel privato. Il resto sono liberi professionisti. Il dato è peraltro conservativo visto che non tiene conto di chi ha versato i contributi alle casse privatizzate. E pensare che con il Jobs act i cococo sarebbero dovuti scomparire per essere integrati a tempo indeterminato. O almeno così sostenne il governo di Matteo Renzi, su suggerimento dell’economista Filippo Taddei, che nel settembre 2020 è entrato a far parte della squadra della banca d’affari statunitense Goldman Sachs. Ma come già evidenziò la Flc Cigl nel 2015, la loro eliminazione dal panorama della contrattualistica del mercato del lavoro italiano era semplicemente una bufala della politica.

La vicenda di Anpal Servizi – E così oggi, in assenza di cambiamenti, questa bomba socio-economica sta deflagrando. Lo testimoniano casi come quello dell’Anpal Servizi, società in house dell’Agenzia nazionale delle politiche attive e del lavoro e del ministero del lavoro: i precari, che rappresentano il 90% degli addetti (circa un migliaio in totale), hanno condotto una lunga battaglia sindacale che ha coinvolto circa i due terzi del personale. Nel 2019 i precari Anpal Servizi sono riusciti ad ottenere il riconoscimento alla stabilizzazione, un precedente importante per tutti i cococo. Non prima però dell’ennesima selezione e di aver firmato la rinuncia a qualsiasi pretesa sul passato. Fatto che, in alcuni casi ventennali, ha determinato consistenti risparmi per le casse pubbliche.

“La verità è che da anni lo Stato utilizza lavoratori precari per sopperire alle carenze di organico – spiega Cristian Sica, sindacalista delle Camere del lavoro autonomo e precario (Clap) in prima linea nella battaglia per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori Anpal Servizi – Da quando c’è stato il blocco nelle assunzioni nella pubblica amministrazione, gli organici sono cresciuti nelle società in house dove sono applicate regole del settore privato”. In questo modo, lo Stato ha potuto svolgere le loro funzioni sfruttando un crescente numero di co.co.co. Ha ridotto i costi tagliando diritti come la tredicesima e gli oneri contributivi. Lo stesso hanno fatto anche le imprese private.

Per comprendere la dimensione economica del fenomeno viene in aiuto il caso Anpal Servizi: “Il costo complessivo annuale dei collaboratori nel 2017 è stato pari a 16,2 milioni di euro (ripartito su 520 addetti), mentre quello dei dipendenti (ripartito su 583 addetti) risulta più alto e pari a 31,7 milioni” precisa Sica. In pratica, il datore di lavoro dimezza il costo. “Questo dato conferma che la condizione di precarietà nelle aziende pubbliche è usata in maniera strutturale come riflesso delle politiche di contenimento della spesa” aggiunge il sindacalista. Con in più il paradosso tutto italiano che coloro che devono ricollocare sul mercato i disoccupati sono i primi ad essere precari.

E la cosa più incredibile è che nella sfera pubblica il fenomeno non riguarda solo piccole partecipate che dipendono dagli enti locali, ma anche realtà importanti che fanno riferimento ai ministeri come l’ Anpal Servizi, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) e la Sogesid, tutte imprese pubbliche che peraltro operano in settori strategici (rispettivamente politiche del lavoro, sanità e progettazione ingegneristica). “La pubblica amministrazione è piena di casi come quello di Anpal Servizi che ha come paradosso quello di essere l’agenzia per in house dell’Anpal alle dipendenze del ministero del Lavoro” conclude il sindacalista.

Con quest’ultima sentenza della Cassazione, poi, per il popolo dei co.co.co oltre al danno è arrivata anche la beffa. Per capirne la portata basta entrare nel merito di una vicenda che parte dalla causa intentata da una collaboratrice a progetto per percepire l’indennità di disoccupazione stabilita per i co.co.pro dal Dl 185/2008 (articolo 19, comma 2), poi abrogata dalla riforma Fornero e definitivamente soppiantata dalla Dis-coll introdotta dal Jobs act. La ragione? L’Inps le aveva negato l’ammortizzatore sociale per vai del fatto che l’azienda non aveva versato i contributi dovuti. Per la Corte d’appello di Torino, l’istituto previdenziale aveva torto marcio dal momento che il co.co.co è assimilabile ad una lavoratore subordinato. Ma la Cassazione ha invece ribaltato la sentenza, ritenendo che il co.co.co sia un lavoratore autonomo e che il datore di lavoro sia solo delegato al versamento dei contributi. Anche a dispetto del fatto che nel contratto di collaborazione si prevede una trattenuta dal compenso che è considerata retribuzione futura.

“E’ una faccenda ignobile. Non solo il co.co.co subisce la precarietà, ma deve anche pagare per l’inadempienza del datore di lavoro – spiega Francesco Raparelli, sindacalista Clap – La verità è che il mercato del lavoro italiano è pieno di finte collaborazioni che celano rapporti di lavoro subordinato, soprattutto nella pubblica amministrazione”. Una verità scomoda che ha creato non pochi problemi alla Clap, mai riconosciuta da Anpal Servizi, nonostante l’associazione sia la prima organizzazione sindacale per numero di iscritti. Il che ha costretto Clap ad intraprendere un’iniziativa parlamentare e una battaglia al tribunale di Roma per reiterata condotta antisindacale con giudizio il prossimo 5 luglio.

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