“L’istruttoria procedimentale e quella processuale non evidenziano un pericolo ‘ulteriore’ rispetto a quello ordinariamente collegato allo svolgimento dell’attività produttiva dello stabilimento industriale e gestito attraverso la disciplina dell’Autorizzazione Integrata Ambientale”. A Taranto, insomma, fumi e nubi nocive provenienti dall’ex Ilva sono ordinarie, normali. È quanto si legge nella sentenza con la quale il Consiglio di Stato ha annullato l’ordinanza con la quale il sindaco, Rinaldo Melucci, aveva imposto la chiusura di sei reparti dell’area a caldo perché mettevano a rischio la salute dei tarantini.

Il provvedimento del sindaco era stato impugnato da Arcelor Mittal dinanzi al Tar di Lecce: in quella sede, l’avvocato del comune ionico Francesco Saverio Marini era riuscito a dimostrare la piena legittimità di quel provvedimento. Dopo la sentenza di primo grado, l’azienda si era rivolta al consiglio di stato per chiedere l’annullamento di quel provvedimento. La quarta sezione del massimo organo amministrativo ha discusso la vicenda lo scorso 13 maggio e a distanza di 41 giorni ha depositato la decisione. Un provvedimento di 62 pagine con le quali hanno spiegato perché l’ordinanza del primo cittadino va annullata. L’atto del primo cittadino per i giudici leccesi era pienamente legittimo a causa dello “stato di grave pericolo” in cui vivono i cittadini di Taranto per il “sempre più frequente ripetersi di emissioni nocive ricollegabili direttamente all’attività del siderurgico, deve ritenersi permanente ed immanente”. Ma per i giudici romani, le cose non stanno così. Anzi.

“Questa Sezione – si legge nel provvedimento – ritiene che gli elementi emersi dall’istruttoria processuale abbiano fornito un quadro tutt’altro che univoco sui fatti dai quali è scaturita l’ordinanza contingibile e urgente. Anzi, quanto emerso è più incline ad escludere il rischio concreto di un’eventuale ripetizione degli eventi e la sussistenza di un possibile pericolo per la comunità tarantina”. Per i magistrati capitolini, in sostanza, gli eventi emissivi dell’inverno 2019 che portarono il sindaco Melucci a emettere quell’ordinanza, sono fenomeni isolati e non dovrebbero ripetersi. Non solo. Il Consiglio di stato ha evidenziato l’eccezionalità dell’affare Ilva per il non solo sono stati emessi decine di decreti ad hoc, ma esiste un’Autorizzazione integrata ambientale che costituisce “il ‘punto di equilibrio’ fra contrastanti interessi, in particolare – scrivo i giudici amministrativi – fra la salute (art. 32 Cost.), da cui deriva altresì il diritto all’ambiente salubre, e il lavoro (art. 4 Cost.), da cui deriva l’interesse costituzionalmente rilevante al mantenimento dei livelli occupazionali e il dovere delle istituzioni pubbliche di spiegare ogni sforzo in tal senso”.

Un bilanciamento di diritti costituzionali che “non è prefissato in anticipo e che viene raggiunto, per l’appunto, attraverso l’emanazione dell’autorizzazione integrata ambientale”. L’Aia inoltre, per il Consiglio di Stato è “un provvedimento per sua natura ‘dinamico’, poiché contiene un programma di riduzione delle emissioni, che deve essere periodicamente riesaminato, al fine di recepire gli aggiornamenti delle tecnologie cui sia pervenuta la ricerca scientifica e tecnologica nel settore”. Eppure proprio l’Aia concessa alla fabbrica tarantina è stata per anni il paravento utilizzato per giustificare le emissioni: un punto sul quale il Tar di Lecce era stato particolarmente chiaro affermando che “il rispetto dei parametri emissivi previsti in Aia” non comporta automaticamente “l’esclusione del rischio o del danno sanitario”. Insomma rispettare le regole non basta per continuare a produrre se questa attività crea danni alla salute di operai e cittadini. E solo qualche settimana fa, la Valutazione del Danno sanitario per cittadini e lavoratori fatte da Arpa Puglia e Asl Taranto hanno accertato che la produzione di 6 milioni di tonnellate d’acciaio – previste proprio dall’autorizzazione integrata ambientale – presenta un rischio inaccettabile per la salute dei tarantini. Per palazzo Spada, evidentemente, le cose non stanno così. L’area a caldo non deve essere chiusa, l’ex Ilva può continuare a produrre.

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