Investimenti in grave ritardo. Un debito arretrato di 1,5 miliardi per l’affitto degli impianti. Ma soprattutto molti dati mancanti, a partire da quelli – cruciali – sulle transazioni infragruppo. Per cui non è dato sapere se i prezzi praticati da ArcelorMittal alla controllata italiana per l’acquisto di materie prime e la vendita di merci siano stati in linea con quelli di mercato. E’ quello che emerge da un report commissionato lo scorso settembre da Invitalia alla società di consulenza Kpmg in vista dell‘ingresso della holding pubblica nel capitale del gruppo siderurgico di Taranto a fianco della multinazionale dei Mittal. L’analisi, di cui danno conto L’Espresso e La Stampa, risale al dicembre 2020 ed esprime molti dubbi sullo stato dei conti di Am Investco Italy, la società affittuaria dell’acciaieria della quale fino all’anno scorso Arcelor aveva il 94%. Il 10 dicembre, nonostante le conclusioni di quel rapporto, l’agenzia pubblica guidata da Domenico Arcuri ha firmato l’intesa propedeutica all‘ingresso dello Stato nel capitale con 400 milioni di euro per il 38%, quota destinata a salire al 60% l’anno prossimo.

Il documento, sottolinea L’Espresso, avverte fin dalle prime pagine che “Kpmg non ha potuto aver accesso a un gran numero di dati ritenuti significativi e che altre informazioni risultano disomogenee e di difficile lettura”. Le informazioni messe a disposizione “sono state selezionate dal venditore” e molti dati richiesti “non sono stati forniti o sono stati forniti in maniera incompleta”. Inoltre l’analisi si è svolta “in un periodo di tempo estremamente limitato (complessivamente meno di 3 settimane)” e non è si potuto “approfondire gli argomenti come in un normale processo di due diligence ed in funzione della complessità del business”. Insomma: l’investimento pubblico nell’acciaieria – ora appesa alla decisione del Consiglio di Stato sullo spegnimento dell’area a caldo – ha avuto il via libera del precedente governo nonostante i tanti dubbi dei consulenti. Tra cui quelli sui rapporti infragruppo, importantissimi per comprendere a quali condizioni siano state comprate le materie prime e venduti i prodotti finiti. L’inchiesta aperta a Milano nel 2019 ipotizzava, va ricordato, una svendita a prezzi eccessivamente bassi dei prodotti finiti presenti nei magazzini dell’Ilva per poi rimetterli sul mercato a prezzi regolari. E l’acquisto di carbone e minerale a prezzi più alti di quanto non facessero in precedenza i commissari.

Di sicuro quel che emerge è che gli investimenti previsti nel 2018, al momento dell’accordo per l’ingresso nel siderurgico tarantino, sono stati realizzati in piccola parte: a giugno 2020 ammontavano a soli 520 milioni. Kpmg, tra il resto, rileva come l’ultimo bilancio (relativo al 2019) riporti una posizione finanziaria netta positiva per 658,9 milioni che però non considera una serie di voci tra cui il debito verso l’amministrazione straordinaria di Ilva per l’affitto degli impianti, le fatture scadute nei confronti dei fornitori che non venivano pagati e il fondo rischi e oneri: tenendone conto, riporta La Stampa, l’indicatore diventa negativo per 939,8 milioni. Nessun dettaglio invece sul debito infragruppo. Il report anticipa anche alcune informazioni sull’andamento delle attività nell’anno del Covid: il 2020 dovrebbe essersi chiuso con un rosso di 314 milioni al lordo di interessi, ammortamenti e tasse, contro i 941 milioni di perdita del 2019. Il bilancio 2020 non è ancora stato approvato e il cda di Acciaierie d’Italia, di cui sarà presidente Franco Bernabè, non si è insediato. Secondo L’Espresso i tre consiglieri di parte pubblica non hanno voluto sottoscrivere i conti del 2020 perché l’azionista privato chiedeva di controfirmare i risultati di una gestione su cui non avevano avuto voce in capitolo né visibilità.

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