Del caso dei camerieri e dei cuochi che non si trovano perché sottopagati e sfruttati abbiamo parlato, e lo dico con molto orgoglio, qui sul Fatto Quotidiano. Abbiamo rilevato le incongruenze tra gli annunci ripresi dai titoli di giornale e la realtà, fatta di poche centinaia di euro, magari in nero, senza ferie, permessi, malattia e pause.

Turni infiniti e ricatti. Si è data la colpa al reddito di cittadinanza che renderebbe i giovani pigri. Eppure, la realtà, è che forse per una volta lo Stato ha dato ai giovani la chance di poter protestare e pretendere dignità – senza il rischio del ricatto della sopravvivenza – ogni volta che qualcuno vuole rubargli il tempo, le forze e l’entusiasmo per il suo guadagno.

Anche TikTok, in pochissimo, è stata invasa di influencer che sostenevano la causa della giusta paga. La realtà per un attimo sembra essersi divisa in due: da un lato i giovani affamati e fieri dei propri diritti, dall’altro gli imprenditori “boomer” che si scontrano con una nuova ondata di orgoglio. Ma è davvero così?

A rimescolare le carte ci ha pensato la polemica, non nuova ma sempre verde, su Salvatore Aranzulla, famosissimo volto del “come fare a….” applicato alla tecnologia. Dal recuperare testi perduti al resettare la stampante, ci sarà da qualche parte una scheda di Aranzulla che lo spiega passo passo, magari con l’inserimento di programmi e prodotti ad hoc. E’, in pratica, il soccorso universale nel passaggio dall’analogico al digitale, oltre che un importante alleato per evitare figuracce in ufficio.

Quando l’abbiamo intervistato, anni fa, dichiarava un fatturato di oltre un milione di euro e il suo era tra i siti più consultati. Poi quel fatturato è salito ad oltre tre milioni, mantenendo una posizione dominante. Tutto in meno di un decennio e a soli 30 anni.

E’ quindi ovvio che abbia fatto scalpore la sua offerta di lavoro per redattori freelance che avrebbero guadagnato circa 5 euro netti per redigere una “scheda tecnica”, reputati poco per moltissimi e una buona offerta per Aranzulla che invece ritiene servano tra i 10 e i 15 minuti a scheda e che dunque la media sia di 24-36 euro all’ora di retribuzione. “Nessun collaboratore è mai andato via finora” ha detto. “Nessuno è obbligato a rispondere all’annuncio e nessuno è obbligato a lavorare” ha aggiunto. Un pezzo di circa 10mila battute sarebbe pagato sui 30 euro.

Ora, al netto del torto e della ragione, le ipotesi sono due. O si tratta davvero di un lavoro sottopagato oppure, al contrario, si tratta di un lavoro che rischia di essere di bassa qualità, visto che non si richiede evidentemente una preparazione tale d’esser degna di una adeguata remunerazione. Entrambe le prospettive non sono molto edificanti. Ma cosa mi sarei però aspettata da lui? Un’argomentazione complessa. Almeno la presa di coscienza di essere parte di una generazione che non ha avuto la sua stessa (bocconiana) fortuna e che sta lottando con unghie e denti per conquistarsi un pezzo di vivere onesto. Un confronto aperto e schietto.

Tutto quello che finora abbiamo avuto, invece, è stata una risposta da vecchio imprenditore di provincia, abbrutito e arricchito, arroccato sulla sua posizione da elargitore di imperdibili occasioni di lavoro. Non proprio quello che ci si aspetterebbe da un 31enne che si definisce di successo.

Insomma: che internet e i social, visti da sempre come la rivoluzione del business e la vittoria della disintermediazione (con tanto di ode alla libertà dal padrone) rispondano invece sempre alle stesse dinamiche? Pare di sì.

Una delle giovani influencer che seguo, qualche giorno fa, ha aperto una posizione sul suo canale per cercare un assistente per lei e il suo compagno, entrambi apparentemente super ricchi, tra alberghi di lusso e vacanze da sogno. Sono impallidita: si richiedeva disponibilità 24 ore al giorno e 7 giorni su 7, anche in remoto, ma presenza allo schioccare di dita. E ancora: dinamicità, intraprendenza, lingue, capacità di districarsi nei problemi, capacità interpersonali, totale devozione. Si prospettava la possibilità di essere portati in viaggio (in modalità bagaglio), alle feste, alle cene: per fare tutto quello su cui influencer e consorte non avrebbero avuto voglia di applicarsi.

Nessuna informazione sullo stipendio, né sul tipo di contratto, né su cosa fossero le “eventuali premialità” a obiettivi. E quando è stato fatto notare che 24h e 7/7 fosse in realtà schiavismo, la risposta acidissima è stata: “Se non vi piace, non mandate l’applicazione”. Ho riguardato il suo profilo: “Se guardi le mie storie – c’è scritto – rischi di diventare sexy, intraprendente e di successo”. Ma se provi a lavorarci, è tutta un’altra storia. Ed è una storia che solo noi possiamo cambiare.

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