di Gianluca Pinto

Il Sottosegretario Gianmarco Centinaio ha spiegato che il collega Claudio Durigon, nel video di cui si parla (meno di quello che si dovrebbe), voleva solo fare lo “sborone”, insomma ciò che ha detto lo avrebbe detto solo per vantarsi. Ma, perdonatemi, posso domandare: vantarsi di che cosa? Che modo è di derubricare una vicenda come quella? Non sto dicendo che non si debba, a livello di comunicazione mediatica, minimizzare le cose in un momento di difficoltà; non sono uno sprovveduto. È normale che in questi casi si abbozzi una difesa che abbassi il livello di tensione provocata da qualche evento potenzialmente dannoso: lo si fa spessissimo in tutti i campi a livello di comunicazione. Il punto sta nel modo di derubricazione.

Non è mia intenzione farne una svilente questione di schieramento politico (tant’è che non nomino alcun partito) ma porla in un’ottica comune e collettiva, e vorrei fosse considerata in riferimento a qualsiasi esponente istituzionale dicesse le stesse cose. La questione del contesto comunicato dalle parole del Sottosegretario Centinaio pone per forza le basi per una riflessione politica e sociale.

Partiamo dal fatto che la frase è stata detta per darne ragione agli italiani, quindi è rivolta a tutti noi, per cui il contesto è socio-culturale. A livello di comunicazione, con una frase ciascuno di noi non comunica mai asetticamente solo il contenuto concettuale dell’asserzione pronunciata. Con una stessa proposizione si comunica, anche a seconda dell’intonazione e del ritmo per esempio, pure il contesto in cui viene pronunciata e ne aggiunge significati. Così l’asserto “io mangio una mela” esprime, oltre al concetto in sé, anche (ad esempio, tramite ritmo e intonazione di cui la punteggiatura sono una sorta di notazione musicale nella parola scritta) o una risposta (Io? Mangio una mela…) o un rafforzativo (Io mangio una mela!) e così via.

Ci sono inoltre delle descrizioni insite nel significato della frase stessa che illustrano in qualche modo il contesto sociale o la percezione del contesto sociale di chi le pronuncia. Faccio un esempio iperbolico solo per spiegarmi: in alcune tribù indiane d’America, un paio di secoli fa, gli usi e costumi facevano sì che esibire lo scalpo del nemico fosse un elemento d’orgoglio, cosa letteralmente impensabile per noi oggi qui in Europa: un accadimento del genere sarebbe un’anomalia intollerabile socialmente.

La frase detta dal Sottosegretario comunica indirettamente che circostanze come quelle del “caso Durigon” (vere o false che siano: ciò è irrilevante in questo contesto) siano da celebrare come un vanto (se le si dice per fare lo smargiasso) e, in caso di assenza reale di tali azioni (che risulterebbero un fiore all’occhiello) le si debba addirittura inventare, come succede nei casi di millantato credito.

Capisco che un certo tipo di idea di individualismo incosciente della collettività, con il modello del “più furbo”, anche grazie ad un bel ventennio di cura sulla coscienza collettiva, sia diffusa (non mi sto riferendo al principio assoluto di “legalità”, in cui assolutamente non mi riconosco per ragioni di materialismo storico, ma ad un’etica ed una coscienza sociale), ma non credo che questo valga per tutti gli italiani, e lo credo sul serio. Forse, magari, prima di dire certe cose, anche se in giustificato stato di emergenza, sarebbe stato meglio pensarci un po’ su e dirle meglio.

Se il Sottosegretario Centinaio avesse detto: “Si è vantato pensando erroneamente fosse una cosa di cui vantarsi”, mi sarebbe stato “bene”, ma senza una specificazione la frase non può star bene a nessuno, perché sottintende che per tutti noi le circostanze descritte dal sottosegretario Durigon siano qualcosa da esibire con orgoglio. Anche da queste vicende, dall’uso delle parole al contesto che comunicano, emerge che la lontananza del potere politico (di quello economico è inutile parlarne) da chi rappresenta è andata oltre le più fosche previsioni.

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