Anche solo soffermandosi a guardare il primo scorcio di questo disgraziato anno ancora dominato dalla pandemia, ci si accorge che le “teste” di alcuni tra i più celebrati leader politico-istituzionali hanno cominciato a rotolare a terra con la stessa velocità dei leader ghigliottinati nei mesi caldi della Rivoluzione Francese (due secoli fa, nel 1793, re Luigi XVI veniva ghigliottinato).

Quest’anno, ha cominciato (il 6 gennaio) con un tonfo fragoroso proprio il leader più potente di tutti: Donald Trump che, con il sostegno alla rivolta di piazza dei suoi sostenitori che attaccavano il Capitol di Washington per protestare contro i (presunti) brogli che hanno impedito la sua rielezione, ha di fatto firmato la sua “decapitazione” politica: è impensabile che un leader politico al vertice di una nazione democratica possa parteggiare per chi irrompe con la forza, causando diverse vittime, nel tempio sacro della Democrazia. Più che una protesta sembrava proprio un “attacco alla Bastiglia”, e hanno sbagliato i repubblicani a non appoggiare l’impeachment avviato dai leader del Partito Democratico contro di lui.

Tra quattro anni i repubblicani dovranno per forza allearsi con lui (dandogli ancora più potere a scapito della democrazia) oppure dividere con lui i voti degli elettori “conservatori”, e perdere di brutto contro i democratici. Trump ha avviato quattro anni fa una serie di iniziative che, in qualche modo, dovevano comunque essere fatte a causa dei veloci cambiamenti in atto nell’elettronica e nella tecnologia, che hanno trasformato in modo ormai ingestibile il mondo del lavoro e dei commerci.

I cambiamenti da fare sono di tale portata che sarebbe necessario un accordo globale tra le diverse democrazie esistenti per avere la speranza di realizzare qualcosa di importante. Impossibile pensare che possa riuscirci un leader unico, specialmente se si mette in testa un berretto che dice a tutti “America First” (ovvero: prima veniamo noi, voi scansatevi o vi schiacceremo).

In Italia la prima “testa” importante a cadere è stata quella dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte che, pressato da Matteo Renzi con vari pretesti e minacce di far mancare la maggioranza al Senato, alla fine ci è riuscito nel modo più anomalo possibile, ovvero senza passare dal voto di sfiducia del Senato. È, quindi, vero che ha fatto rotolare con sadico gusto la testa di Conte, ma adesso a rotolare è anche la sua di testa, perché ormai nessuno si potrà più fidare di lui.

Anche la sua carriera di conferenziere e di lobbista si esaurirà ben presto perché per fare quel mestiere occorre sì abilità tattica, ma anche affidabilità, che lui, poverino, ormai ha sperperato totalmente e in modo irreversibile avendo causato, di passaggio – oltre che la caduta di Conte – anche quella di Nicola Zingaretti (da Segretario del Partito Democratico) che, invece, proprio con Conte aveva cominciato a trovare intese importanti per costruire una maggioranza stabile, non solo a Roma.

Per trovare un sostituto a Zingaretti hanno dovuto cercare persino in Francia, nella persona di Enrico Letta, ex presidente di Consiglio e prima vittima delle abili ma odiose tattiche di Renzi. Ora Letta si trova nella poco invidiabile posizione di leader di un partito che conta al suo interno parecchi “ex renziani” (probabile motivo dell’addio anticipato di Zingaretti) e alleato di un partito, il Movimento 5 Stelle, che nel Parlamento è ancora maggioranza numerica, ma è sua volta in fase di dissolvimento a causa di una totale mancanza, al suo interno, di una classe dirigente degna di tal nome (nel senso dell’esperienza politica e dirigenziale).

Beppe Grillo ha sopperito parzialmente per un po’ a queste mancanze, ma proprio ieri ha mostrato tutti i suoi limiti con quello sfogo in video che ha messo una pietra tombale anche sulla possibilità di continuare dall’esterno la sua guida del Movimento da lui stesso fondato insieme a Gianroberto Casaleggio. Anche i suoi più stretti amici hanno dovuto prendere le distanze da quel livore disordinato ed esagerato col quale ha accolto la decisione di un giudice di rinviare a giudizio suo figlio, con l’accusa di stupro per un festino tenuto nella sua casa in Sardegna mentre lui era in Toscana. E la sua descrizione del fatto (accusa la ragazza di essere stata consenziente), chissà, potrebbe anche essere vera: ma dovranno essere i giudici, non lui, a decidere.

Anche la “testa” di Grillo ora è caduta e, per i 5 Stelle, l’unica cosa da fare ora (subito!) è mettere a riposo definitivo, con tutti gli onori ma nessun potere l’emerito Beppe Grillo, fondatore del Movimento 5 Stelle e brillante comico televisivo e teatrale, ma ora inadeguato consigliere politico. Il pragmatismo in questo caso è indispensabile, se non lo fanno subito toglieranno anche a Conte ogni possibilità di fare il “miracolo” che è stato da loro stessi richiesto.

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