di Leonardo Capanni

Nella storica qualificazione – sì, stavolta si può usare quest’aggettivo ormai abusato – alle semifinali di Champions League del Manchester City di Guardiola, una figura più di altre ha rubato la scena, calamitando attenzioni e reazioni di milioni di appassionati costretti a sessioni di binge-watching dal proprio divano in un periodo tutt’altro che roseo: Kevin De Bruyne – insieme a Neymar – è forse il miglior giocatore dell’attuale Champions League per continuità, centralità in un contesto unico, maturità e capacità di far sembrare semplice e intuitiva qualsiasi scelta in campo.

Balzato alle recenti cronache più per il fatto di aver chiesto – ed ottenuto – un rinnovo contrattuale col City fino al 2025 incaricando alcuni match analyst di consegnare alla società una silhouette statistica il più possibile rispondente alle sue qualità e al suo peso specifico all’interno della squadra, oggi De Bruyne pare aver ulteriormente alzato la posta in palio in campo decidendo di giocare su un altro livello nel momento cruciale della stagione, assestandosi nell’empireo dei Neymar, degli Mbappé e dei Modric: figure sacerdotali del pallone, capaci di piegare a proprio piacimento le gare di Champions grazie a un livello tecnico e agonistico riservato a una ristrettissima élite.

Frenato da un infortunio ad inizio 2021, il belga ha recuperato con calma e si è fatto trovare nei mesi cruciali di marzo e aprile in una condizione psicofisica straripante, perfino sorprendente anche per i feticisti più appassionati del numero 17 di Drongen. Quello ammirato dagli ottavi di finale in poi, infatti, è un giocatore che ormai si fatica a catalogare attraverso gli schemi tradizionali appartenenti al linguaggio del calcio: un centrocampista fenomenale, senza dubbio, ma l’etichetta stessa di “centrocampista” non riesce più a racchiudere l’universalità e le diversità di compiti e funzioni che il belga svolge in campo ad un livello apicale.

De Bruyne è ormai un giocatore totale nel senso più letterale del termine: si può considerare la sua attitudine naturale, quasi mistica, alla costruzione del gioco attraverso scelte intelligenti, utili, mai fini a sé; oppure il suo senso del gioco, quella qualità più vicina alla sfera dell’immateriale e delle sensazioni che a valori statisticamente leggibili – il saper dettare la pausa di gioco o imprimere l’accelerazione nei momenti giusti -, ma De Bruyne è anche l’interprete vitruviano del juego de posicion di Pep Guardiola: il vero decision-maker che può consolidare il possesso scambiando posizioni e coprendo un’enorme area di campo, oppure diventare centravanti andando ad attaccare lo spazio creato dai movimenti delle tre false punte che nominalmente occupano le caselle di attaccanti – Mahrez, Foden e Bernardo Silva – contribuendo così a nobilitare la narrativa del celebre manifesto ideologico del tecnico catalano: “Il nostro centravanti è lo spazio”.

De Bruyne è tutto questo, ma è anche e soprattutto un calciatore cresciuto nella maturità con cui si è caricato sulle spalle una squadra che negli ultimi tre anni ha vissuto la Champions League come uno spettro di ritorno dal passato, presentatosi puntualmente ai quarti di finale per giocare una partita a scacchi dall’esito scontato, ricordando l’ineluttabilità della Morte del Settimo Sigillo di Ingmar Bergman. A 29 anni, nel pieno della carriera e ormai con le migliori occasioni in campo nazionale ed internazionale forse alle spalle, De Bruyne si è preso la scena con personalità e coraggio, facendo leva sulle sue qualità innate ma anche sulla sottile e perfetta alchimia creatasi con un demiurgo del gioco come Guardiola, che vede nel belga il prolungamento fisico delle sue idee spesso estreme e rivoluzionarie.

Forse anche in un’annata così peculiare non riuscirà a vincere la Champions o l’Europeo, ma quello che De Bruyne ci sta insegnando è che qualità, intelligenza e personalità vanno ben oltre un semplice titolo in bacheca. Una lezione che meriterebbe un premio speciale.

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