Da un lato il record assoluto di morti per Covid-19, gli ospedali al collasso, le scorte di ossigeno in esaurimento e la mancanza di vaccini. Dall’altro, il presidente Jair Bolsonaro che ripropone l’uso di medicinali non efficaci, boicotta l’acquisizione di vaccini e attacca i governatori per le misure di lockdown. Ricevendo per questo l’ovazione di parte delle grandi imprese del Paese e, al contempo, il biasimo di un’altra parte delle corporazioni. A oltre un anno dall’inizio della pandemia di coronavirus il Brasile si presenta sempre più diviso e travolto dal processo di polarizzazione che condiziona ogni decisione, soprattutto in tema di gestione della pandemia. Uno scenario caotico in cui l’unico elemento che non sembra condizionato è lo stesso virus, che si diffonde senza sufficienti politiche di contenimento, continuando a mutare e adattarsi all’ambiente.

Nel Paese sono state già isolate tutte le mutazioni conosciute a livello globale. Tuttavia la mancanza di una coordinata politica nazionale di contenimento della diffusione del virus causa la nascita di nuove varianti, come già accaduto con quella di Manaus P.1 e la variante di Rio de Janeiro P.2. Una nuova alterazione del virus è stata rilevata nello stato di Minas Gerais. Dei genomi di Sars-CoV-2 sequenziati su un campione di 85 pazienti infetti da Covid-19, due hanno indicato la presenza di 18 mutazioni contemporanee mai descritte in precedenza. La nuova variante è stata scoperta dal laboratorio di biologia integrativa dell’Università Federale del Minas Gerais (Ufmg). Studi genetici indicano che la variante ha caratteristiche in comune con P.1 (variante di Manaus) P.2 (variante di Rio de Janeiro), B.1.1.7 (variante inglese) e B.1.1.351 (variante sudafricana). “Quella scoperta ha sia caratteristiche in comune con varianti già in circolazione in Brasile, sia nuove. È come se le varianti si stessero evolvendo”, spiega il virologo dell’Ufmg, Renato Santana, secondo il quale, sebbene sia presto per dire se la nuova variante è più trasmissibile o aggressiva, è già noto che ha mutazioni già descritte in altre varianti associate ad un aumentato rischio di morte.

Secondo gli studiosi in Brasile, a causare la seconda ondata che ha mandato in tilt il sistema sanitario nazionale (Sus) sarebbe infatti la variante di Manaus che ha iniziato a diffondersi a cavallo tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021, investendo per primo il territorio dello Stato di Amazzonia e generando lo scorso gennaio il primo collasso del sistema sanitario pubblico locale e l’esaurimento di tutte le scorte di ossigeno disponibili. Senza politiche nazionali di contenimento la variante ha raggiunto tutto il Paese causando ovunque un aumento dei contagi, collasso delle strutture sanitarie e conseguente aumento della mortalità. I decessi per Covid in Brasile hanno determinato nel primo trimestre del 2021 una crescita della media nazionale del registro dei decessi nell’ordine del 40% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, che aveva già fatto registrare di versi record. I decessi registrati nel 2020 hanno infatti raggiunto 1.443.405, l’8,3% in più rispetto all’anno precedente, superando la media storica di variazione annuale dei decessi in Brasile che era dell’1,9% all’anno fino al 2019.

Marzo è stato il mese in cui il numero di morti è stato il più alto in assoluto: 66.868 persone hanno perso la vita per Covid-19 in 31 giorni. Più del doppio dei 32.912 morti registrati nel mese di luglio 2020, quando la pandemia provocò il primo picco, e più del doppio di quelli registrati nel precedente mese di febbraio, quando le vittime furono 30.484. E la spirale di morte sembra non arrestarsi. Il 6 aprile è stato il giorno in cui si è registrato il record assoluto di morti dall’inizio della pandemia: 4.195 vittime. Alla data del 7 aprile il numero complessivo di decessi in Brasile nel 2021 ha raggiunto quota 340.776. Quanto ai di contagi, il bilancio è salito ad almeno 13.193.205. Impressionano particolarmente i tassi di incidenza, 6.278 casi per 100mila abitanti, e di mortalità, 162 morti per 100mila abitanti.

Investiti dall’ondata, vari stati registrano il collasso del sistema. Secondo i dati pubblicati dal quotidiano Folha de São Paulo, il 5 aprile 21 delle 26 capitali di Stato del Brasile registravano oltre il 90% dell’occupazione di posti letto in terapia intensiva, con numeri molto simili anche considerando la rete ospedaliera di ciascuno stato. Nel Distretto federale, che ingloba la capitale Brasilia, l’occupazione in terapia intensiva raggiunge quota 97,7%. Nella capitale di Amazzonia, Manaus, tra le località in cui la situazione è più rosea, l’occupazione raggiunge il 77%. Molte autorità locali hanno inoltre denunciato carenze nelle scorte di medicinali e di ossigeno.

Dopo che la Corte Suprema, contro il parere del governo, ha deciso e più volte confermato che le misure di distanziamento e lockdown sono responsabilità di Stati e Municipi, ciascuno dei 27 governatori e dei 5.570 sindaci ha deciso liberamente come muoversi. Spesso rispettando il proprio credo politico più delle evidenze scientifiche o le reali condizioni dei territori. Una libertà che ha causato il caos di cui il virus sembra alimentarsi. Non a caso, nonostante la possibilità di adottare le disposizioni sui propri territori, un gruppo di governatori ha invocato una politica coordinata a livello nazionale come unica soluzione per affrontare la crisi. Possibilità che il presidente Bolsonaro ha categoricamente escluso, ancora una volta.

Nel giorno in cui il direttore dell’istituto di ricerca scientifica di San Paolo Butantan, responsabile della preparazione delle dosi di vaccino della cinese Sinovac che rappresenta l’85% delle dosi somministrate in Brasile, ha annunciato l’esaurimento del principio attivo e lo stop alla produzione, Bolsonaro ha ancora una volta confermato la linea. “Cercheremo alternative, non accetteremo la politica dello stare a casa, chiudere tutto, bloccare. Il virus non andrà via. Questo virus, come altri, è qui per restare e rimarrà per tutta la vita. È praticamente impossibile eradicarlo”. Intanto, ha sottolineato nuovamente la necessità che i medici possano continuare a essere liberi di prescrivere qualsiasi medicina che ritengano utile. Un riferimento ad azitromicina, clorochina e invermectina. Medicinali propagandati dal governo nel “kit covid” come efficaci trattamenti precoci contro il Covid-19 i cui effetti collaterali stanno tuttavia generando una crisi sanitaria parallela a quella causata dal coronavirus.

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