Patrick Zaki è il simbolo in Italia di una pratica diffusa nel mondo arabo: la tortura di massa. Come lui, migliaia di giovani ragazze e ragazzi sono oggi rinchiusi nelle carceri di questi paesi – come l’Egitto – ma non hanno un nome. Provare a darglielo sarebbe una presa di coscienza di una situazione generalizzata e cioè la violazione dei diritti umani che, troppo spesso, sparisce sepolta dalla realpolitik.

Lo abbiamo visto con Matteo Renzi. “Al Sisi è un grande leader” disse il 15 luglio del 2015 intervistato da al Jazeera, un anno prima della morte di Giulio Regeni, mentre le carceri egiziane erano già piene di detenuti politici, arrestati senza processo. Si è ripetuto poco più di un mese fa. “Il mio amico Bin Salman” ha detto in Arabia Saudita l’ex primo ministro, celebrando la sua amicizia con colui che viene ritenuto il mandante – secondo un report della Cia – dell’omicidio del giornalista Khashoggi.

E, sempre in nome della realpolitik, anche Mario Draghi, in visita ieri a Tripoli di Libia, ha mostrato apprezzamento “per i salvataggi dei migranti” fatti dalle forze del governo libico. Ovviamente dimenticando che le politiche migratorie, quelle che la Ue finanzia nel paese, si sono trasformate in carceri nel deserto dove migliaia di persone, esuli, scompaiono, finendo in fosse comuni scavate nel deserto che ci tolgono dal pensiero dell’accoglienza.

La tortura sistematica e la sparizione di esseri umani, con nomi differenti dai nostri, non possono essere temi secondari, tirati fuori solo se scoppia il caso che riaccende una luce su situazioni conosciute. Devono, invece, essere il nostro faro, la nostra bussola per scegliere da che parte stare. E, fino ad oggi, siamo stati insieme al carnefice.

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