Nell’estate del 2014 la guerra siriana sconfinò in Libano: miliziani di Jabhat al-Nusra e dello Stato islamico attaccarono l’esercito libanese e rapirono 16 membri delle forze di sicurezza. Quella che venne chiamata “la battaglia di Arsal” terminò con un cessate il fuoco che permise a migliaia di combattenti dei gruppi armati islamisti di fare rientro a Idlib.

Da allora, la già mal sopportata presenza di oltre un milione di rifugiati siriani in Libano ha conosciuto una drammatica svolta.

La storia di 26 di loro, compresi quattro minorenni, accusati di reati di terrorismo la racconta un rapporto di Amnesty International pubblicato la settimana scorsa.

Nel corso delle interviste, questi detenuti hanno raccontato di essere stati sottoposti ad alcune delle stesse tecniche di tortura utilizzate nelle prigioni siriane come il “tappeto volante” (la vittima viene legata a una tavola pieghevole, che viene progressivamente chiusa) o lo “shabeh” (la vittima viene sospesa dai polsi e picchiata), oltre che a percosse con vari oggetti:

“Ci picchiavano sulla schiena con tubi di plastica. Le ferite aperte sulla schiena iniziavano a peggiorare notevolmente e alla fine c’erano dei vermi nelle ferite”, ha dichiarato uno di loro.

Un altro rifugiato ha riferito che un agente di sicurezza l’ha colpito in modo così violento sugli organi genitali da causare per molti giorni la presenza di sangue nelle urine:

“Ti colpisco qui cosicché non potrai mettere al mondo altri figli, così non potrete contaminare questa comunità”, urlava l’agente mentre lo picchiava.

Due donne sono state molestate sessualmente e costrette ad assistere alle torture del figlio e del marito.

Molti detenuti hanno detto che, mentre li picchiavano, gli agenti delle forze di sicurezza libanesi facevano riferimento alla loro opposizione al presidente siriano Bashar al-Assad. In nove casi, secondo l’esame degli atti giudiziari condotto da Amnesty International, essersi limitati a dichiararsi oppositori politici è stata considerata una prova sufficiente per una condanna per reati di “terrorismo”.

In Libano la tortura è vietata da un’apposita legge, emanata nel 2017, ma su queste denunce non è stata aperta neanche un’inchiesta.

In questo modo, in molti casi, i giudici hanno potuto basarsi su confessioni estorte sotto tortura. Almeno 14 detenuti hanno detto ad Amnesty International di aver “confessato” crimini che non avevano commesso dopo essere stati torturati.

In 23 dei casi documentati i detenuti, due dei quali minorenni, sono stati processati dinanzi a tribunali militari, in violazione dei principi internazionali che proibiscono i procedimenti di civili dinanzi a tribunali militari.

In almeno tre casi, sono stati emessi ordini di deportazione forzata in Siria e in un caso l’ordine è stato eseguito, in violazione del principio di non respingimento previsto dal diritto internazionale, che vieta agli Stati di rimandare persone in paesi in cui sarebbero a rischio di gravi violazioni dei diritti umani.

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