“Io temo che la questione finisca con il chiudersi esclusivamente con una elargizione economica di Regione Lombardia alle Rsa, ma i problemi sono tanti e vogliamo che vengano affrontati anche quelli che nessuno sta mettendo come priorità. È molto difficile e stiamo incontrando delle forti resistenze”. Federica Trapletti, segretaria del Spi Cgil della Lombardia non lascia molti margini al caso delle Rsa che, a distanza di oltre un anno, è tutt’altro che risolto. Nei giorni scorsi il sindacato dei pensionati lombardi della Cgil, ha presentato una ricerca insieme all’Associazione Ires – Lucia Morosini sulla rete delle 717 Residenze sanitarie assistenziali convenzionate dal sistema sanitario regionale lombardo, la più vasta d’Italia che garantisce quasi 62mila posti residenziali accreditati, corrispondenti a 27,1 ogni 1.000 anziani.

Una delle maggiori difficoltà, spiega Trapletti a ilfattoquotidiano.it, è proprio reperire dei dati aggiornati su queste strutture. “Ci sono Rsa che in alcuni incontri ufficiali hanno dichiarato di avere il 50% in meno del personale sanitario, perché soprattutto nei mesi scorsi, ma la cosa sta andando avanti anche oggi, gli ospedali stanno assumendo tantissimi infermieri e tutto il personale sanitario che c’è in Rsa e che in struttura ha in inquadramento professionale ed economico inferiore alla propria professionalità, chiamato dagli ospedali ha lasciato le strutture da un giorno con l’altro – ricorda la sindacalista – Quindi avevamo detto alla Regione che volevamo conoscere la situazione del personale sanitario delle Rsa, perché anche il personale volontario che svolgeva mansioni chiave come l’imbocco ai pasti o le attività ricreative, è chiuso fuori da un anno. Cioè hanno il problema della carenza del personale e dei volontari che non possono più entrare, noi siamo preoccupati: chi svolge tutte queste attività? Nessuno”.

Eppure una circolare del ministero della Salute di fine novembre invitava a fare esattamente il contrario. “Non siamo neanche in grado di sapere cosa effettivamente succede. Pensiamo che si possa fare qualcosa già da subito: visto che svolgono un servizio il più delle volte accreditato con il pubblico, i gestori devono rendere conto anche alla cittadinanza, oltre che ai familiari i quali devono poter vedere i loro cari anche al di fuori di una videochiamata: in questo momento, grazie in parte ai vaccini, ai dispositivi di sicurezza e alle modalità che si sono trovate in questi mesi, non c’è più una ragione così giustificata di negare le visite“, prosegue la segretaria lombarda dello Spi Cgil.

Come evidenziato dalla ricerca presentata lunedì 15 durante un convengo, nonostante le Rsa siano di fatto un’emanazione del servizio sanitario regionale, il coordinamento e il controllo da parte del pubblico non sembrano adeguati: le strutture, sia nella fase pandemica che in quella antecedente, si sono trovate spesso in balia delle normative, ma prive di protocolli cui attenersi e si referenti esterni per i servizi territoriali. Secondo l’opinione dei testimoni coinvolti nello studio, in Lombardia la rete dei servizi integrati per la non autosufficienza addirittura “non esiste”, producendo distorsioni e diseguaglianze importanti nell’accesso delle persone alle prestazioni pubbliche.

In Lombardia, oltretutto, la contrattualizzazione con le Rsa accreditate riguarda principalmente i posti letto e l’accesso dell’utenza in struttura è sostanzialmente libero, non prevedendosi alcuna forma obbligatoria di “filtro pubblico”: è alto, perciò, il rischio che una percentuale importante di persone bisognose di cure non venga collocata nel servizio più appropriato. Inoltre, le Rsa hanno seguito negli ultimi anni un percorso di “sanitarizzazione”, ospitando casi sempre più gravi e complessi da un punto di vista assistenziale, anche in conseguenza di una riduzione delle attività di lungodegenza del sistema sanitario. E così l’attenzione alla parte “sociale” del servizio è progressivamente venuta meno e mancano ad oggi, da parte della Regione, standard sul minutaggio e sulla presenza di figure professionali non deputate all’assistenza sanitaria.

Uno degli aspetti rilevanti della normativa lombarda, risalente al 2003, è che, diversamente da quella di Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana, il mix professionale previsto nelle Rsa è lasciato alle libere scelte gestionali e organizzative della singola struttura, fermo restando l’obbligo di garantire la presenza di tutte le famiglie professionali previste a standard, tra cui rientra anche il personale medico. Manca anche una distinzione dei costi standard rispetto alle esigenze assistenziali dell’ospite (che sarebbero immediatamente individuabili mediante le classi SOSIA). E così tra le articolate richieste del sindacato alla regione, c’è quella di “ripensare il ruolo della programmazione regionale lombarda in materia di Rsa, attualmente non sufficientemente puntuale e articolata, con ampi margini di discrezionalità garantiti agli operatori economici”. Non solo. “Bisogna individuare alcuni vincoli efficaci alla realizzazione di nuove strutture in particolare riguardanti la dimensione: è evidente che, nell’ottica di conseguire economie di scala, gli imprenditori hanno l’incentivo a realizzare strutture con un elevato numero di posti letto”, si legge nell’elenco stilato dallo Spi che riconosce anche come vada “affrontato seriamente il problema del mancato adeguamento della quota sanitaria che attualmente copre circa il 39% della retta complessiva, nonostante la normativa nazionale preveda un’equa ripartizione tra Ats e assistito”.

Fonte: Spi Cgil Lombardia

Ma soprattutto “è auspicabile una riflessione sul peso delle logiche di business nel settore e sugli effetti prodotti da questo fenomeno: il caro delle rette, la forte crescita dei posti letto a mercato, la forte attenzione al contenimento del costo del lavoro, lo scarso coordinamento delle strutture con gli altri servizi, l’aumento delle dimensioni delle strutture che costituisce un elemento chiave per la competitività”.

Non solo. Lo Spi Cgil lombardo sta lavorando a una raccolta firme in cui si chiederà anche alla Regione e alle autorità di favorire gli incontri tra gli ospiti e i loro cari. “Chiederemo di aderire a tutti: comuni, sanitari, associazioni e soprattutto parenti. C’è anche un fattore tempo che non è secondario: tanti danni sono stati fatti bisogna cercare di lavorare in fretta perché non succedano più – racconta la segretaria a ilfattoquotidiano.it -. Se mi metto per un secondo nei panni di un anziano che ha visto quello che ha visto, perché sanno solo loro cosa hanno visto: lì la gente moriva. Le persone che sono state in terapia intensiva e negli ospedali lo dicono che non dimenticheranno mai che avevano la morte intorno. Figuriamoci all’interno di una Rsa, se ci penso mi viene la pelle d’oca perché questi anziani che sono già fragili di loro si sono trovati completamente abbandonati, hanno visto cambiare completamente le cose, non hanno più visto i familiari, hanno visto pochissimo gli infermieri e lì intorno a loro c’era la morte. Dopo aver vissuto tutta una vita non te lo meriti”.

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