“Vai col liscio!”. Raoul Casadei – morto ad 83 anni a Cesena – amava sempre ricordare questo aneddoto. Le Rotonde di Garlasco, 1974. Nella sala da ballo gli uomini di qua, le donne di là. E Raoul al microfono se ne esce con quelle tre paroline. La sala all’improvviso si anima. I valzer, le polke e le mazurke scatenano il ballo di coppia. Altra leggenda vuole che alla scena avesse assistito una giornalista di Sorrisi e Canzoni, tanto che poi la copertina del settimanale con Raoul in bella vista prese quel titolo lì.

Potenza del marchio Casadei a metà anni settanta. Una figura di culto in tutta Italia. Nel 1975 ci girano anche un film. Vai col liscio. L’attore comico francese Jack La Cayenne e la bellissima Janet Agren gareggiano in pista sulle note de La mazurka del primo appuntamento con ovvio saltello come fossero due cesenati. Raoul e la sua “orchestra spettacolo” hanno davanti una folla oceanica. Questo è Raoul Casadei all’apice del suo straordinario successo popolare. Quello che consacra la tradizione romagnola a livello nazionale, se non addirittura internazionale. Scaviamo ancora nel passato nazionalpopolare. 1989. Una rotonda sul mare, Canale 5. Quel furbacchione di Red Ronnie non potrà avere Mina e Celentano, ma tutto il resto dell’armamentario anni sessanta-settanta lo espone in bella vista. Tra Rocky Roberts, Mal, Nino Ferrer, Piero Focaccia ed Edoardo Vianello, fa capolino anche Casadei. Con lui cantano, tra gli altri, Moreno il Biondo e Mauro Ferrara, due degli Extraliscio sul palco al Festival di Sanremo giusto 10 giorni fa. Casadei fa ascoltare la hit assoluta dell’azienda canora familiare: Ciao Mare (1974). A un certo punto, mentre il pubblico accompagna il valzer a tempo battendo le mani, Casadei dice: “Si può ballare, questo è il liscio, forza”.

Potremmo fermarci qui. Perché “il vento cancella dalla sabbia i ricordi, ma nel cuore no” (clarinetto che svisa), c’è tutta una poetica della spensieratezza che oggi non c’è più. Una leggerezza nazionalpopolare anni settanta che, a riguardarla dopo quasi 50 anni, non faceva per niente a pugni con l’impegno e l’autorialità dell’epoca. “Ci basta un grillo per farci suonare”, era un verso semplice, autentico, privo di fronzoli de La Mazurka di periferia, sempre 1974, sette parole che fanno capire cosa significasse quell’improvviso incombere sulle scene di Casadei&co. La gioia dell’attimo di un ballo mano nella mano, a volteggiare, ridere, saltellare, giocosi, lieti, distesi. E poi c’è la Romagna. Da non confondersi con l’Emilia, amministrativamente legata da un trattino ma quando si tratta di musica, lontana come tra Rimini e Zara dall’altra parte dell’Adriatico.

Prendiamo Romagna mia. Brano ultracelebre che lo zio di Raoul, Secondo, antesignano del liscio e dell’orchestra di famiglia, incise nel 1954. Ci sono ancora tanti in Italia, oggi, nel 2021, sicuri che il brano copra culturalmente tutta la via Emilia. E invece, nonostante l’armonia gioviale degli accordi, il “lontan da te non ci so star”, all’incirca tra Faenza e Imola già non si riconoscono più in quella “nostalgia del passato”. Perché è roba per romagnoli. Nelle curve degli stadi emiliani perfino cantata trasformando “dalla mia bella al casolare” in “quella m…a che chiami mare”. Questo per dire che Raoul Casadei, la sua orchestra, la sua musica sono anche stati il simbolo di una romagnolità difficile da comprendere per chi viene anche solo da Padova. Quella ruspante semplicità del mare più discusso (per usare un eufemismo) d’Italia eppure immagine di una stagione storica del divertimento e della vacanza. L’acchiappo della tedesca, il lungomare dello struscio, la piadina che oggi diventata spessa e biologica ma che in molti nei decenni passati hanno mangiato per anni anche sottile come un’ostia. Ed in mezzo all’iconografia socio-culturale ecco l’orchestra Casadei. Niente a che fare con il cantautorato emiliano (Guccini, Dalla, ma anche Vasco o Ligabue), quanto invece una sorta di folk romagnolo che proprio con Raoul negli anni settanta diventa, tout court, popular music alla Adorno. Il miracolo sta tutto lì. La tradizione antica, peculiare, che all’improvviso si fa pop e nazionale. Addio Raoul con la pipa in bocca e la chitarra a tracolla puntata in aria per sparare un altro giro di liscio.

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