“Siamo stati dimenticati. Non solo in Italia ma in tutta Europa. La Ue non ha attivato nessuna misura comune per tutelare il mondo del teatro durante l’emergenza. Sembra di essere tornati a prima di Schengen”. Programmare una stagione in epoca Covid significa annullare, poi rinviare, poi di nuovo scrivere calendari che saranno cambiati. Tutti i giorni da mesi. E’ la critica di Renato Zanella, coreografo internazionale e direttore artistico della stagione “InDanza.21” del Centro servizi culturali Santa Chiara per i teatri di Trento, Rovereto e Bolzano, del balletto all’Opera Nazionale di Lubiana e del Centro coreografico europeo di St Pölten in Austria.

Come si affronta una situazione tanto complessa?
Come chi si trova alla stazione o in aeroporto in un momento di confusione per motivi tecnici o atmosferici, guarda i tabelloni di partenze e arrivi che cambiano in continuazione e vede: cancellato, rinviato, da definirsi, non pervenuto. La drammaticità della situazione richiede volontà di trovare soluzioni alla giornata ed empatia. Il mondo del teatro internazionale non è mai stato così unito. Abbiamo dovuto fare squadra perché siamo abbandonati.

Ci sarebbe un modo per gestire l’emergenza nello spettacolo?
Ci vorrebbe una linea comune a livello europeo. Ci siamo messi tutti a norma dopo la prima fase dell’emergenza investendo ingenti risorse. E il pubblico è tornato in sicurezza. Festival importanti, come quello di Salisburgo, hanno mostrato l’estate scorsa che il distanziamento e il rispetto delle norme anti Covid rende il teatro un luogo sicuro.

Come siete riusciti a presentare la stagione dei teatri del Trentino e Alto Adige?
Abbiamo presentato la stagione solare del 2021 a novembre al Teatro Sociale di Trento. Ma senza date. Non potevamo comunicare al pubblico il nostro calendario sapendo che tutto poteva cambiare. Aprire prevendite su date che saltano è un disastro. E non solo per i rimborsi al pubblico. Ma per il lavoro che gira attorno all’organizzazione, produzione, distribuzione, viaggi internazionali che coinvolgono le compagnie di diversi Paesi. Tutti con regole sull’emergenza diverse.

In questa situazione di totale confusione con quale spirito ha accettato l’incarico di direttore del Centro servizi culturali Santa Chiara?
Con positività e coraggio. Dall’estate scorsa fino alla fine dell’anno abbiamo programmato il 2021 inserendo anche i recuperi dei titoli saltati nel lockdown precedente. La speranza di ripartire a gennaio però è crollata. Saltato il calendario fino a marzo, ora stiamo di nuovo programmando da aprile. All’inizio c’erano rabbia e frustrazione ma adesso si pensa solo a tornare in scena.

Quali compagnie avete invitato?
Alcuni nomi: Gauthier Dance da Stoccarda, Jacopo Godani da Francoforte, Emio Greco dall’Olanda, Metamorphosis Dance dalla Spagna, Aterballetto dall’Italia. Dovevamo avere tre titoli al mese. Inoltre una mia creazione, “Antigone”, su musica di Mikīs Theodōrakīs con la partecipazione di gente comune, volontari del territorio. Stiamo cercando di spostare tutto più avanti. Ma è un lavoro complesso perché ogni compagnia ha date fissate anche in altri Paesi e ogni Paese ha regole diverse. Siamo tutti alla rincorsa dei recuperi.

Cosa ne sarà del teatro dopo il Covid?
La cultura sta vivendo il blocco più importante dalla seconda guerra mondiale. Lavoro in Austria, Italia e Slovenia, attraverso i confini solo dopo estenuanti controlli. Ma il teatro non ha confini. Non può vivere alla giornata. Basarsi su chi può viaggiare e chi no, chi può aprire e chi no è un grave limite. In Slovenia, dove dirigo il corpo di ballo del teatro dell’Opera di Lubiana, il lockdown durerà fino alla fine di aprile. Per ora si riprende con un ballerino per volta in sala, un maitre e un pianista.

Lei è stato coreografo del Balletto di Stoccarda, alla guida del ballo all’Opera di Atene, di Vienna, di Bucarest e dell’Arena Verona: è la prima volta che vive l’incertezza?
In Grecia, nel 2011, ho affrontato la crisi economica. Molti ballerini non potevano più permettersi di studiare e allora ho istituito corsi gratuiti in teatro. In Austria a St Pölten dirigo un centro coreografico e un progetto internazionale di danza inclusiva con ragazzi down. Ho molta motivazione e cerco di trasmetterla.

Cosa le ha insegnato la danza?
Sono cresciuto a Verona. Ero un agonista di pallacanestro. A 17 anni ho scoperto la danza e sono scappato di casa per andare alla scuola di Rosella Hightower a Cannes ma mio padre me lo ha impedito. Allora sono rientrato giusto per diplomarmi e ripartire. Come borsista dovevo lavorare nella struttura alternando le lezioni di danza alle pulizie delle camere e ai turni in cucina. Alla sera facevo anche il cubista. Mi ha insegnato a lottare.

La svolta?
Un’audizione in Svizzera. Mi presero nella compagnia di Heinz Spoerli e ci rimasi così tanto da evitare il servizio militare. Poi a Stoccarda da Marcia Haidée dove rimasi dieci anni. La mia prima coreografia è entrata subito in repertorio. Da lì una proposta via l’altra.

Tornare alla normalità del teatro sarà possibile?
Pensare a un ritorno alla normalità è fallimentare. Tornare a vivere con uno sguardo diverso è un segno di crescita. Se penso alla scuola, visto che ho quattro figli, vorrei che non tornassimo ai banchi a rotelle ma a nuove materie e modalità di studio. Se penso al teatro vorrei che l’obiettivo non fosse solo il pareggio di bilancio ma le potenzialità educative. Inclusione, eccellenza, creatività.

Articolo Precedente

Il libro delle case di Andrea Bajani, quel luogo immaginario dove poeticamente abita l’uomo

next
Articolo Successivo

Duetti #19 – Luigi Socci e Stefano Raspini: scrittura che respira

next