Uno studio commissionato dalla Lav alla società Demetra evidenzia tutte le problematicità legate al consumo di carne. Ecco, lo so, ci saranno quelli che alzeranno la mano e diranno “per forza, è la Lav e tira acqua al suo mulino”. Peccato che un organo super partes come la Fao abbia evidenziato già almeno quindici anni fa la insostenibilità di un’alimentazione carnivora. E lo ribadì in uno studio del 2010 in cui evidenziò che il settore lattiero-caseario incideva per circa il 4% sul totale di tutte le emissioni di gas serra antropogene, cioè causate dall’uomo.

Allo studio della Lav dedica ampio risalto un articolo del Fatto Quotidiano, evidenziando gli aspetti salienti dello studio, peraltro ampiamente conosciuti da chi in questi anni abbia avuto voglia e tempo di approfondire la tematica, andando oltre l’informazione generalista.

“Secondo la ricerca, il costo nascosto della carne che ricade sulla collettività ammonta in media a 36,6 miliardi di euro all’anno, ossia quanto servirebbe potenzialmente per rimediare ai danni generati”. Miliardi composti da: consumo di suolo per l’agricoltura destinata all’alimentazione animale; consumo d’acqua; smaltimento dei rifiuti; emissione di CO2 in atmosfera; danni alla salute umana. Tralasciando, nella nostra comunque visione antropocentrica, le immani sofferenze che causiamo agli animali con gli allevamenti intensivi, per i quali vi consiglio vivamente la visione dell’inchiesta di Sabrina Giannini “L’innocenza del pipistrello”.

Ciononostante, nulla si fa per invertire la rotta, per cercare di far cambiare le abitudini alimentari: anzi, l’uscita dalla povertà è tutt’oggi attestata dal consumo di carne, come avveniva nell’Italia del dopoguerra. Ed è ovvio che nulla si faccia se si considera il volume d’affari legato alla carne. Basti pensare alla biomassa presente sulla Terra: il pollame allevato oggi rappresenta il 70% di tutti gli uccelli del pianeta. Quelli selvatici sono solo il 30%. Il 60% della biomassa rappresentata dai mammiferi è rappresentata da bovini e suini, il 36% siamo noi e solo il 4% sono animali selvatici.

Questo per limitarci alla carne terrestre. Che dire di quella dei mari? Sempre secondo la Fao il consumo di pesce fa passi da gigante e con esso l’ittiocoltura, con tutto il suo peso in termini di mangimi, antibiotici, inquinamento delle acque: entro il 2025 è previsto il sorpasso del pesce d’allevamento, che sarà il 52% del totale.

Qualcosa sembra muoversi con il nuovo governo, nel senso che il neo-ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha avuto letteralmente il coraggio di affermare che “l’agricoltura intensiva pone problemi: ci ha consentito di vivere più a lungo ma ha comportato una notevole alterazione dell’ecosistema. La soluzione non è fermare il progresso, ma neppure fare quello che si vuole… Sappiamo che chi mangia troppa carne subisce degli impatti sulla salute, allora si dovrebbe diminuire la quantità di proteine animali sostituendole con quelle vegetali”.

Personalmente, non credo che cambierà qualcosa di fattivo nella politica governativa, proprio in considerazione del peso economico che gli allevamenti hanno sul Pil, oltre che delle perdite di posti di lavoro dovute al Covid. Del resto, era il 2018 quando il primo governo Conte invitava a consumare più carne, e Lega e M5S adesso sono al governo di nuovo a braccetto.

Modestamente, io un’idea ce l’avrei per far diminuire i consumi di carne: obbligare i macellai ad esporre fotografie e/o filmati sulle condizioni di vita di mucche, maiali, galline. Siamo o no nella società dello spettacolo? Bene, usiamola per fini nobili!

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