“C’è euforia per le professioni di fede ‘europeiste’ che si sono moltiplicate, in Italia, in queste ultime settimane, tanto più che alcune di queste sono giunte inopinate. Ma l’europeismo non è una moda. Il modo migliore per contrastare i ripiegamenti identitari è lavorare, con lungimirante concretezza, per rafforzare la credibilità e l’affidabilità della comune casa europea. Altrimenti, quando il vento cambierà e torneranno a spirare i venti nazionalisti, sarà molto complicato riuscire a contrastarli con la forza di soluzioni solide ed efficaci”. È un passaggio della lectio magistralis che Giuseppe Conte ha tenuto all’Università di Firenze, dove è tornato dopo l’esperienza da presidente del Consiglio.

“Dobbiamo essere ormai consapevoli che uno Stato nazionale, ove ripiegato su se stesso, non può essere in grado di rispondere alle sfide più complesse: le esperienze della solitudine, dell’isolamento, possono essere molto pesanti per i singoli individui, ma diventano gravi iatture per gli stati nazionali”, ha aggiunto, per poi domandare: “Quale Europa vogliamo? Di quale Europa abbiamo bisogno? Come ci percepiamo, come rappresentiamo noi stessi nel continente europeo? Ecco, queste sono domande che interpellano la nostra intelligenza, la nostra coscienza: richiedono un patto intergenerazionale, meritano la massima considerazione, la più schietta autenticità di risposta, in un mondo globalizzato in cui l’economia sembra avere preso il sopravvento rispetto alla politica e al diritto, dove abbiamo più volte constatato che il peso di una scelta economica assunta a molte longitudini di distanza può avere stringenti ripercussioni anche sulla nostra comunità nazionale”.

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Il ritorno di Conte: “La politica deve perseguire un europeismo critico, non fideistico”. E lancia il suo piano per l’Europa contro i “venti nazionalisti”

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