Codogno non è più un paese fantasma. Un anno fa le sue strade sono le prime in Italia a svuotarsi dopo la scoperta del cosiddetto paziente uno, il 38enne Mattia Maestri. È lui il primo italiano positivo al coronavirus e la prima diagnosi di contagio avvenuto nel nostro Paese. La mattina del 21 febbraio 2020 il Pronto Soccorso viene chiuso e i banchi del mercato smontati velocemente. “Sembrava che fosse scoppiata una bomba, come se fossimo sfollati” ricorda oggi la dirigente scolastica del liceo Novello Valentina Gambarini. Quel giorno la sua scuola è la prima in Italia a sospendere le attività pomeridiane. E nelle vie del centro i negozi abbassano le serrande. “Pensavo di riaprire l’indomani” racconta la signora Piera Antarelli che gestisce il negozio di abbigliamento Cincillà. Attacca un biglietto che dice così: “Chiudiamo per qualche giorno in attesa di buone nuove”. Riaprirà soltanto tre mesi dopo.

A pochi chilometri di distanza, a Casalpusterlengo, la stessa scena. La fabbrica dove lavorava Mattia Maestri sospende la produzione e nello stabilimento entrano i sanitari per eseguire i tamponi. “Abbiamo vissuto in anteprima quello che l’Italia avrebbe imparato a conoscere due settimane dopo – racconta la giornalista Daniela Accadia che in quei giorni ha pubblicato il suo “diario dall’isolamento” su ilfattoquotidiano.it. – siamo stati l’esperimento e poi le regole applicate a noi sono state applicate ovunque”. Dal 22 febbraio, i dieci comuni del lodigiano, insieme a Vò Euganeo in Veneto, vengono dichiarati zona rossa. “Se non siete stati qui durante quelle due settimane non potete capire cosa abbiamo vissuto – ricorda Leyla Bicer, farmacista di Casalpusterlengo – in quei giorni c’è stato un vero e proprio assalto per avere guanti e mascherine, ma le scorte sono presto finite. Poi è iniziato a mancare anche l’ossigeno”. Le sirene delle ambulanze non smettevano di suonare. “Ogni giorno venivo a sapere di clienti che si erano contagiati” ricorda commosso Umberto, che lavora nello storico caseificio Croce di Casalpusterlengo. “All’inizio abbiamo sofferto di essere così stigmatizzati e di essere considerati untori – racconta la signora Antarelli – ma poi abbiamo dimostrato a tutti che eravamo un esempio da seguire”. I contagi in città diminuiscono e il presidente della Repubblica, in visita a Codogno in occasione del 2 giugno, riconosce il sacrificio dei cittadini delle prime zone rosse d’Italia ricordando i caduti. Qui come nel resto d’Italia non si potevano celebrare i funerali. Così gli abitanti hanno iniziato a lasciare un sasso con il nome del proprio caro morto di Covid nel luogo dove nacque il primo nucleo di Casalpusterlengo. “Quando ho posato il sasso è come se avessi salutato mia madre per l’ultima volta” spiega il volontario del 118 Mattia Cantarelli, che ha perso la madre. “Tante persone hanno vissuto i lutti in solitudine – spiegano Sergio Bernazzani e Annalisa Burgazzi, psicologi dell’associazione “Il Samaritano”, che ha lanciato un programma per assistere i familiari delle vittime di Covid – quello che tutti auspichiamo è che questo possa diventare un lutto collettivo nel senso che non sia vissuto come personale di una famiglia, ma che tutta la comunità se ne faccia parte”. Ad un anno di distanza da quel 21 febbraio nel lodigiano si è riscoperta una nuova dimensione di comunità. Ognuno ha imparato qualcosa dall’altro. La preside racconta di aver appreso dai suoi alunni “la virtù del paziente”. Il venditore di formaggi di “aver scoperto sulla nostra pelle di non essere invincibili”. Ma al tempo stesso, come racconta la farmacista, “abbiamo insegnato all’Italia a essere resiliente”.

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A un anno dalla scoperta del Paziente 1, nel Lodigiano gli ospedali sono ancora in emergenza: manca personale e fare esami è quasi impossibile

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