Sacrifici e nuove chiusure. Almeno per due mesi, forse tre. I virologi tornano a chiedere rigore massimo mentre la variante inglese sta dilagando e la campagna di vaccinazione prosegue con gli over 80 e le forze di polizia. I timori del peggioramento dei dati – ieri i nuovi positivi erano oltre 11mila e i morti 211 – ha costretto il governo a decidere lo stop in extremis per gli impianti sciistici. “Bisognava fare il lockdown a dicembre, prevenendo tutto questo, mentre ora siamo nei guai. Come se ne esce? Con un lockdown duro subito per evitare che la variante inglese diventi prevalente e per impedire che abbia effetti devastanti come in Inghilterra, Portogallo e Israele” dice il microbiologo Andrea Crisanti in una intervista a La Stampa. “Va chiuso tutto e va lanciato un programma nazionale di monitoraggio delle varianti. Dove si trovano le varianti brasiliana e sudafricana servono lockdown stile Codogno, non le zone rosse che sono troppo morbide”, ha aggiunto. Secondo Crisanti “la Germania continua il lockdown, la Francia pure, l’Inghilterra anche, solo noi pensiamo a sciare e a mangiar fuori. Tutti vogliamo una vita normale, ma non si realizza se non si controlla la pandemia”.

“Il rischio attuale è la diffusione della variante inglese, che se non si ferma subito aumenterà di molto la circolazione del virus e di conseguenza il rischio ulteriore di altre varianti, tra cui alcune che potrebbero resistere ai vaccini”, ha spiegato Crisanti. “Credo sia stato giusto confermare Speranza, perché conosce le carte. Però conta molto chi lo consiglia e lì forse qualcosa va cambiato. Non può rimanere tutto com’è”. “Le politiche adottate fin qui sono state sempre di rincorsa al virus, mentre è venuto il momento di anticiparlo. Sarò distratto, ma ho scoperto solo ieri delle strutture con la primula: uno spreco di soldi pubblici, mentre bisogna organizzare scuole, cinema, teatri e palestre”.

Chiede rigore anche Giorgio Palù, presidente dell’Aifa e virologo: “Se terremo a bada il virus nei prossimi 2-3 mesi, forse usciremo dal raggio della sua minaccia. Le infezioni respiratorie raggiungono il picco in inverno e in primavera-estate si mitigano. Dobbiamo aver fiducia. Spingendo sulle vaccinazioni e rinunciando per qualche altra settimana ad attenuazione di colori e tentazioni di riaperture” dice in una intervista al Corriere della Sera. Per lo scienziato un’eventuale terza ondata di Covid-19 spiega “si può evitare. Siamo in una fase discendente della curva epidemica, anche se lenta. Non è il momento di distrazioni. Fino a che l’abbassamento dell’Rt non sarà significativo, tutti noi siamo chiamati a rispettare le misure di protezione individuale ed evitare gli assembramenti”.

“Le tre varianti che stanno circolando nel mondo, inglese, sudafricana e brasiliana, rendono il Sars Cov 2 più contagioso – ricorda Palù – e quindi aumentano il rischio di ricoveri in ospedale e di decessi. La preoccupazione non si può negare. Però ripeto: per tenere sotto controllo le varianti, a cominciare da quella inglese, più diffusa in Italia, servono le stesse precauzioni e le stesse misure utilizzate per il ceppo originario di Wuhan, la città cinese dove la pandemia è nata. Mi dispiace dirlo, anche gli impianti sciistici potrebbero costituire un rischio. Sappiamo da 4-5 studi che l’infezione, a prescindere dalle mutazioni, ha una certa prevalenza tra 12-19 anni e poi tra 19 e 50 anni. Quindi andrei cauto con la ripresa di scuole superiori e università. Sarebbe ideale poter spostare il calendario in avanti, quando il quadro sarà migliore”. “Il virus ha tutto l’interesse a farci sempre meno danni – sottolinea il virologo – Il suo scopo è diventare endemico, restare con l’uomo per sempre, visto che ormai la specie umana è diventata il suo serbatoio naturale. Siamo i suoi ospiti prediletti. Sarà importante studiare tutti i suoi geni per capire fino a che punto si adatterà e quanto tempo impiegherà a smettere di farci paura”.

Palù fa il punto sulle varianti del nuovo coronavirus. “La variante inglese, scoperta a settembre 2020 nel Kent, ha una serie di mutazioni nella proteina Spike che il virus utilizza per attaccare le cellule. È più contagiosa del 20-40% rispetto al ceppo cinese, ma non più letale. I vaccini hanno come bersaglio la Spike, ma tutti gli immunizzati in Gran Bretagna non si sono reinfettati quindi la risposta è che funzionano. I ceppi sudafricano e brasiliano sono molto simili, presentano altre mutazioni sulla proteina Spike. Contro di loro i vaccini perdono un po’ di efficacia, in particolare quello di AstraZeneca. Però anche il preparato dell’azienda anglo-svedese protegge dalle forme più gravi della malattia e dagli eventi mortali. Tanto che il governo sudafricano, che aveva bloccato la campagna di profilassi con questo vaccino, sta tornando indietro”.

“La perdita di efficacia dei vaccini non è tale da dover generare sfiducia – assicura il presidente Aifa – anche perché mantengono sempre la capacità di bloccare l’infezione attraverso la produzione di anticorpi neutralizzanti diretti contro l’intera proteina Spike”. Anche gli anticorpi monoclonali funzionano contro le varianti, puntualizza, “anche se con ridotta attività e questo dipende dalle mutazioni presenti sulla proteina Spike e dalla possibilità di usare opportune combinazioni. La terapia con monoclonali va fatta entro 72 ore dalla comparsa dei sintomi”. Riguardo l’esperienza di Israele, con metà della popolazione immunizzata, Palù afferma che “la pandemia è crollata. Significa che la profilassi vaccinale funziona. E parliamo di un Paese dove circolano tutte le varianti note“.

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