Parecchi anni fa, nel 2009, scrissi la recensione del libro di Giovanni Vignali sulla figura del terrorista Paolo Bellini. Oggi quel libro torna rivisto e aggiornato grazie alle edizioni PaperFirst ed è più attuale di allora.

In questo non breve arco di tempo tante cose sono successe e di Bellini, l’amico di Nino Gioè (così intitolai il pezzo su Articolo 21) sta emergendo a pieno lo spessore criminale. Soprattutto grazie alla inchiesta-rivelazione della Procura generale di Bologna che, al di là del suo esito finale (che non incide sul valore di questo libro, come Giovanni ricorda nelle sue note introduttive) hanno messo a fuoco quel che fino ad oggi non si sapeva (letteralmente messo a fuoco, direi, perché il nostro uomo viene riconosciuto in una vecchia foto scattata alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 subito dopo la devastante esplosione).

Quel tragico giorno Bellini, già indagato a suo tempo poi prosciolto proprio per l’attentato di Bologna, non era a Rimini a casa della madre, come disse allora l’inchiesta, ma si trovava proprio lì, in quel maledetto piazzale, mentre suo padre Aldo, vecchio arnese del neofascismo, aspettava a casa Ugo Sisti, il procuratore capo della città che non ci pensò proprio a stare al suo posto, accanto ai morti e ai sopravvissuti, ma si reco in una gita relax (proprio così disse) dal suo amico Aldo per un incontro che assomiglia oggi sempre di più ad un sinistro summit di valutazione finale di qualcosa.

Paolo Bellini, al tempo della prima versione del libro di Vignali, era già emerso come personaggio davvero significativo nelle vicende destabilizzanti del nostro Paese: militante neofascista, assassino, latitante superprotetto, anche da Sisti, trafficante di opere d’arte e interlocutore nei primi anni ‘90 dei boss di Cosa nostra durante gli anni infuocati delle stragi mentre l’offensiva mafiosa è a livelli altissimi di violenza brutale e lo Stato sotto scacco, suggeritore di un attacco particolare allo Stato, quello alle opere d’arte: “Che ci andò a fare a discutere con Gioè ad Altofonte dove c’ha detto e c’ha messo in testa di potere fare queste stragi verso Firenze, verso Pisa, verso l’Italia?”, disse Totò Riina a proposito di Bellini durante il processo per la strage dei Georgofili (25 marzo 2003).

Leggere la biografia di Bellini – tappa obbligata per chi voglia documentarsi sulle cronache indicibili del nostro Paese – può far venire il mal di stomaco e non solo perché il personaggio è un nero dentro: ammazza Alceste Campanile facendolo inginocchiare, un primo colpo di pistola alla nuca poi ancora uno cuore, ammette la sua responsabilità nel 1999 e il pentimento gli consente di usufruire delle attenuanti pur avendo eseguito un omicidio premeditato oltre che politico.

Quello che fa indignare oltremodo è che per lunghi anni Bellini ha potuto fare quello che egli pareva. Se i processi lo confermeranno finanche la strage di Bologna nonostante le questure sapevano quasi tutto di lui al tempo. Stupidità e incapacità dello Stato? In realtà, al di là dei momenti di allentamento della attenzione investigativa che pure ci sono stati, la questione purtroppo è che i personaggi che hanno fatto la destabilizzazione in Italia sono stati protetti e hanno addirittura potuto conservare il loro anonimato, sono irregolari, mercenari della guerra non ortodossa, gente arruolata da strutture militari riservatissime, rese trasparenti dalla continua opera degli spazzini che hanno cancellato prove e tracce, indizi e segnali.

La destabilizzazione è stata fatta tramite soldati invisibili: questa è la grande questione che ci pone la biografia di Bellini, è lì il punto di caduta delle cronache sporche nel ‘900 italiano.

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