Nel 2015 il boss Antonio Gallea, condannato all’ergastolo perché individuato come uno dei mandanti dell’assassinio del giudice Rosario Livatino, aveva ottenuto la semilibertà dal tribunale di sorveglianza grazie alla sua disponibilità a collaborare con la giustizia. Ma ora la procura di Palermo è convinta che nel corso degli anni sia tornato a operare nel mandamento mafioso di Canicattì, rivitalizzando la Stidda che sembrava ormai sconfitta. È emerso nell’ambito dell’inchiesta coordinata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Paolo Guido e dai pm Gery Ferrara, Claudio Camilleri e Gianluca De Leo, che ha portato all’esecuzione di 22 provvedimenti di fermo. Nell’operazione sono coinvolti anche un ispettore e un assistente capo della Polizia, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, accesso abusivo al sistema informatico e rivelazione di segreti d’ufficio, e l’avvocata di un boss. Gli inquirenti riferiscono che la donna, Angela Porcello, compagna di un condannato per mafia, aveva assunto un ruolo di vertice in Cosa nostra organizzando i summit, svolgendo il ruolo di consigliera, suggeritrice e messaggera per alcuni boss al 41bis. Gli indagati rispondono a vario titolo di mafia, estorsione, favoreggiamento aggravato.

La rinascita della Stidda – Oltre a Gallea, l’altro capomafia attorno al quale la Stidda si sarebbe andata ricompattando ha scontato 26 anni ed è stato ammesso al beneficio della semilibertà il 6 settembre del 2017 e autorizzato dal tribunale di Sassari a lavorare fuori dal carcere. Anche lui aveva mostrato l’intenzione di aiutare gli investigatori. Dall’inchiesta è emerso che gli stiddari sono tornati a fare concorrenza a Cosa Nostra, con la quale alla fine degli anni ’80 si erano fronteggiati in una guerra con decine di morti. Stavolta la “competizione” tra le due organizzazioni criminali non ha ancora visto spargimenti di sangue, anzi le due mafie si sarebbero spartite gli affari. Come quelli nel settore delle mediazioni nel mercato ortofrutticolo, uno dei pochi produttivi della provincia di Agrigento. Dall’indagine viene fuori inoltre che gli stiddari avrebbero usato la loro forza intimidatoria per commettere estorsioni e danneggiamenti. Scoperto anche un progetto di omicidio di un commerciante e di un imprenditore, evitato grazie all’intervento degli investigatori. La Stidda – specificano i militari dell’Arma – poteva contare su un vero e proprio arsenale di armi.

Il ruolo dell’avvocata – Nel corso delle indagini è emerso inoltre che per 2 anni i capimafia di diverse province siciliane si sono riuniti nello studio di un’avvocata di Canicattì finita in cella oggi nel blitz dei carabinieri del Ros che ha portato a 22 fermi. La legale, difensore di diversi mafiosi, era la compagna di un imprenditore già condannato per associazione mafiosa. Il suo studio era stato scelto come base logistica dei clan perché la legge limita le attività investigative negli uffici degli avvocati. Rassicurati sulla impossibilità di effettuare intercettazioni nello studio, i capi dei mandamenti di Canicattì, della famiglia di Ravanusa, Favara e Licata, un ex fedelissimo del boss Bernardo Provenzano di Villabate (Pa) e il nuovo capo della Stidda si sarebbero ritrovati per discutere di affari e vicende legate all’attività criminale. Le centinaia di ore di intercettazione disposte dopo che, nel corso dell’inchiesta, i carabinieri hanno compreso la vera natura degli incontri, hanno consentito agli inquirenti di far luce sugli assetti dei clan, sulle dinamiche interne alle cosche e di coglierne in diretta, dalla viva voce di mafiosi di tutta la Sicilia, storie ed evoluzioni. Uno spaccato prezioso che ha portato all’identificazione di personaggi ignoti agli inquirenti e di boss antichi ancora operativi.

Messaggi dai boss al 41bis – È stato inoltre accertato che diversi capimafia, tra cui il boss ergastolano agrigentino Giuseppe Falsone, sarebbero riusciti a parlare tra loro, a scambiarsi messaggi – nonostante fossero detenuti al 41bis – e a far arrivare ordini all’esterno. In alcuni casi, secondo le indagini, grazie alla complicità di alcuni agenti di polizia penitenziaria addetti ai controlli dei carcerati, a volte riuscendo, per falle del sistema, a eludere la sorveglianza e a passare informazioni a gesti senza essere intercettati. Anche in questo caso, aggiungono i pm, è stata determinante l’avvocata, Angela Porcello. Un agente in servizio nel carcere di Agrigento avrebbe consentito alla legale di portare in carcere lo smartphone e di usarlo rispondendo alle telefonate ricevute nel corso dell’incontro con il boss Falsone. Il quale, a sua volta, sarebbe riuscito a inviare messaggi all’esterno, perché in alcuni istituti di pena non viene controllata la corrispondenza tra i detenuti al 41 bis e i propri difensori. L’indagine ha accertato inoltre che boss di Agrigento, Trapani e Gela, tutti detenuti nel carcere di Novara, sfruttando inefficienze nei controlli dialogavano tra loro riuscendo anche a saldare alleanze tra cosche di territori diversi.

L’ombra di Matteo Messina Denaro – Sullo sfondo dell’operazione aleggia anche il ruolo, ancora determinante, di Matteo Messina Denaro. Il capomafia trapanese, latitante da 28 anni, stando all’inchiesta è ancora riconosciuto come l’unico boss cui spettano le decisioni su investiture o destituzioni dei vertici di Cosa nostra. Anche lui è destinatario del provvedimento di fermo, che è stato emesso per 23 persone, ma eseguito solo nei confronti di 22, visto che il padrino trapanese resta latitante. Il ruolo del boss di Castelvetrano viene fuori nella vicenda relativa al tentativo di alcuni uomini d’onore di esautorare un boss dalla guida del mandamento di Canicattì. Dall’indagine emerge che per realizzare il loro progetto i mafiosi avevano bisogno del beneplacito di Messina Denaro che continua, dunque, a decidere le sorti e gli equilibri di potere di Cosa nostra pur essendo da anni imprendibile. L’ultimo dettaglio emerso dall’operazione riguarda gli storici rapporti tra la mafia siciliana e Cosa nostra americana. Scoperti già negli anni ’70 da Giovanni Falcone, non si sarebbero mai esauriti. Lo sostiene la procura, specificando che emissari statunitensi della “famiglia” dei Gambino di New York nei mesi scorsi sarebbero andati a Favara, nell’agrigentino, per proporre ai clan locali business comuni.

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