Per la morte di un connazionale all’interno dell’ambasciata italiana di Montevideo, capitale dell’Uruguay, sono state avviate due inchieste penali. La prima (per omicidio di secondo grado) nella città sudamericana dove il mattino del 1 gennaio è avvenuto l’episodio, la seconda a Roma dove il pubblico ministero Sergio Colaiocco ha aperto un fascicolo con l’ipotesi di omicidio preterintenzionale. Il decesso di Luca Ventre, 35 anni, originario di Senise, in provincia di Potenza, ma cresciuto a Vicenza e poi emigrato, è stato registrato dalle telecamere e quindi lo svolgimento dei fatti è documentato. Il 2 gennaio l’Ambasciata italiana ha segnalato alla Procura di Roma la morte di Ventre. Il pm ha incaricato i Carabinieri del Ros di effettuare gli accertamenti.

Nel mirino c’è il comportamento di un poliziotto impegnato nel controllo dell’ambasciata che, però, è stato aiutato anche da un altro addetto interno, dipendente di un’agenzia privata di sicurezza, che ha affrontato e immobilizzato Ventre dopo che l’uomo aveva saltato un cancello entrando nel cortile della struttura diplomatica. L’italiano chiedeva aiuto, temeva per la propria vita. “Per questo – racconta il fratello Fabrizio – aveva suonato al campanello dell’ambasciata, ma non aveva considerato che gli uffici fossero chiusi perché era un giorno festivo. Non gli era stato aperto e aveva deciso di mettersi in salvo saltando la recinzione”. In mano aveva solo una busta, con all’interno il cellulare e alcuni documenti. Non era armato.

Quando un addetto dell’ambasciata gli si è avvicinato, lui ha cercato di scavalcare di nuovo il cancello, ma è stato afferrato per le gambe. È stato immobilizzato in modo energico, anche se il suo mostrare le mani sembra indicare che non intendesse ribellarsi. Inoltre, come ha riferito uno dei guardiani, aveva fatto il nome di una ex console che conosceva in quanto aveva lavorato per la Camera di Commercio Italia-Uruguay con i suoi genitori. Le sequenze durano parecchi minuti e si vede Ventre steso a terra, con uno dei due uomini che gli tiene un braccio attorno al collo. Una manovra di contenimento che dev’essere risultata fatale, anche perché è prolungata. A tenere Luca è il poliziotto, mentre la guardia privata va a prendere un cellulare con cui l’agente chiama aiuti. Non si capisce perché l’italiano, che non si muove più, non venga ammanettato, il che avrebbe interrotto il soffocamento. Dopo più di mezz’ora, quando arriva un’auto della Polizia per portarlo in ospedale, è assolutamente inerte, al punto che viene trascinato di peso da due agenti. Anche quando arriva al pronto soccorso non ha più reazioni.

Eppure dai verbali raccolti a Montevideo, le versioni fornite dai protagonisti sono diverse. In una si afferma che nel cortile l’italiano aveva avuto una reazione violenta, il che non appare dalle immagini. In un’altra si sostiene che era semincosciente quando lo hanno portato in ospedale. Secondo un’altra versione, invece, Luca dava in escandescenze anche dentro l’auto e perfino dopo essere stato accolto al pronto soccorso. “Per scavalcare quel muro doveva essere terrorizzato, ma non l’hanno ascoltato. Lo hanno ucciso”, dice il fratello che è riuscito ad ottenere i documenti cartacei e video dell’istruttoria sudamericana.

Ventre ha una famiglia conosciuta sia a Vicenza che a Montevideo. Nel capoluogo berico la madre ha gestito fino ad alcuni anni fa una gioielleria in corso Fogazzaro e il fratello Fabrizio ha un’attività di informatica. Il padre in Sudamerica ha avviato una fiorente attività di immobiliarista e la moglie è rientrata nel 2018 in Italia per occuparsi dei nipoti. Luca, che faceva il magazziniere, aveva deciso di investire nel settore immobiliare 100mila euro ricevuti come risarcimento da un’assicurazione per un grave incidente stradale avvenuto in Italia. Per questo ha lavorato con il padre. Da una relazione con una uruguayana è nata sette mesi fa una bambina.

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