Se questo è amore, recita il titolo italiano assonandovi il libro seminale italiano sulla Shoah. Liebe war es nie (cioè “Non è mai stato amore”, dalla canzone che la ragazza ebrea cantò all’ufficiale nazista) è invece quello originale, con una connotazione totalmente altra. Qualunque cosa fosse, ciò che accadde fra l’ebrea slovacca Helena Citron e l’ufficiale austriaco delle SS Franz Wunsch ad Auschwitz tra l’inizio del 1943 e il fatidico gennaio del 1945 fu un sentimento speciale, indelebile, degno di appartenere alle incredibili storie di speranza accadute nel luogo più infernale del secolo scorso.

A trasformarlo in un film documentario di rara originalità è la regista teatrale israeliana Maya Sarfaty, che ricorda di avere avuto da piccola, quale maestra di teatro, proprio la nipote di Helena: è stata lei ad affidarle questa vicenda toccante che ha segnato i destini dei protagonisti ma anche di chi li circondava. Con un lavoro di parecchi anni nei quali è riuscita a rintracciare diversi testimoni – in primis Franz (morto nel 2005) ed Helena (scomparsa nel 2007) – Sarfaty ha ricostruito il vissuto di entrambi nel lager nazista, dal momento del loro incontro nella baracca di lei (Helena arrivò ad Auschwitz tra le prime 1000 donne ivi destinate) a quello in cui si salutarono alla vigilia della liberazione del campo da parte dei russi. “Ti ho amato molto” sono le parole di congedo di Franz per lei in quel concitato frangente dello smantellamento del lager, “Ti prego non dimenticarti di me” è la supplica grata della ragazza.

La salvezza della giovane ebrea, che le compagne di prigionia ricordano bellissima “radiosa e fresca come una pesca”, si deve indubbiamente all’amore provato per lei dall’altrettanto giovane SS, che ne custodì la sorte, come pure contribuì a salvare la sorella e altre detenute. Ma il trauma del lager sarebbe continuato nel tempo. Non solo per la gravità in sé, ma anche perché nel 1972 Helena, ormai trasferita da anni a Tel Aviv dove si era sposata ed era diventata madre, ricevette una lettera dalla moglie di Franz con la quale la implorava di testimoniare a favore del consorte nel processo che si sarebbe tenuto a Vienna contro le SS austriache. Una nemesi feroce ma forse “iscritta” nel do ut des di questo sentimento disperato. Helena accettò e andò a testimoniare in un’aula di tribunale dove “non si sentiva una mosca volare” per la tensione del momento. Il dilemma morale sul conflitto fra privato e pubblico emergeva di fatto con la potenza che solo il male assoluto – “banalmente” affidato ad esseri umani come asseriva Hannah Arendt – esigeva. È chiaro che Helena testimoniò nella verità, e tale verità fu compresa dalla giuria.

Per rivisitare una vicenda di tale straordinaria peculiarità, la regista ha fatto appello alla capacità immersiva del palcoscenico teatrale unita all’attività che impegnò Franz per tutta la vita per ricordare la “sua” Helena: ritagliare copie dell’unica foto di lei in suo possesso e sovrapporla ad altri scenari, certamente più rasserenanti di Auschwitz Birkenau. Ne è nata la tecnica di fotomontaggio multistrato, che Sarfaty ha realizzato utilizzando “foto storiche e immagini d’archivio del tempo e del luogo in cui tutto è accaduto, unendole in nuove composizioni girate meticolosamente su sfondo nero”. L’esito è la narrazione partecipata e puntualmente documentata di un dramma d’amore che pertiene alla tragedia del romanticismo più autentico, laddove il mistero del desiderio (nome omen, Wunsch in tedesco significa appunto “desiderio”) si sovrappone e si mescola ai frammenti della memoria.

Una Memoria che nella sua Giornata del 27 gennaio vedrà l’uscita on demand (sulla piattaforma Wanted Zone e forse altre) di questo notevole documento creativo sul reale grazie a Wanted Cinema con il patrocinio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI).

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