“Si prudente Helena, ti ho amato molto – e la guardò nel profondo dei suoi occhi -. Un’ultima volta voglio ricordare questi momenti… Ce la farai…”. E lei in un sussurro: “Ti prego, Franz non dimenticarmi”. Suonerebbe come uno struggente addio fra due amanti qualsiasi invece furono le ultime parole che si scambiarono Franz Wunsch, ufficiale nazista, e Helena Zitron deportata ad Auschwitz. “E mi abbraccio stretta per l’ultima volta. Ci baciammo a lungo”, ricorda lei. Il 27 gennaio del 1945 i soldati sovietici dell’Armata Rossa superarono il cancello del campo di sterminio di Auschwitz. Quel giorno finì ufficialmente il più grande omicidio di massa della storia avvenuto in un unico luogo. Franz sta per essere arrestato e Helena sta per essere liberata. “Se il mondo dovesse capovolgersi, mi aiuterai come io ho aiutato te?”, le chiede come ultima promessa d’amore. Lui che le aveva procurato vestiti caldi e scarpe mentre le altre prigioniere erano vestite di stracci. Lui che era stato così buono con lei, che le aveva arrangiato un giaciglio migliore quando aveva tifo e febbre a 40. Che grazie a lui non conobbe l’inferno della fame. Che la calmava e la carezzava quando aveva attacchi di panico….

Se questo è amore è la tragica storia d’amore tra la bellissima prigioniera slovacca e il suo carceriere nazista di appena venti anni. Fu amore vero, infatuazione, o solo interesse? Nel documentario disponibile in Tvod dal 27 gennaio distribuito da Wanted Cinema, la regista israeliana Maya Sarfaty lascia trapelare una legittima ambiguità nella ricostruzione di questo amore clandestino.“Ma si può chiamare amore se crepi di fame e ti danno un pezzo di mela? Verso gli altri uomini invece Franz era un vero sadico come fosse un’altra persona”, ricordano le ex deportate che Maya ha intervistato. E come prova tangibile di questo amore rimane una medaglietta che si apre e dentro c’è la foto sorridente di Helena.
La figlia di Franz, anche lei tra le voci del documentario, se la rigira tra le mani: “Doveva esserci la foto di mia madre dentro”.
Vittima della Sindrome di Stoccolma, fascinazione tra vittima e carnefice? Trent’anni dopo, nel 1972, Helena riceve una lettera dalla moglie di Wunsch, che le chiede di aiutare il suo antico protettore, ovvero testimoniare a nome del marito imputato a Vienna per crimini compiuti durante l’Olocausto.
Franz ha continuato ad amarla anche “dopo”: “Amore mio ti scrivo queste poche righe anche se non so dove tu sia. Se avessimo vinto noi la guerra…Solo il tuo pensiero mi solleva dall’idea di ammazzarmi…Sinceramente tuo Franz”. Sulla busta della lettera il timbro sbiadito: rispedita al mittente.

Perso nella sua ossessione continua a scrivere alla Croce Rossa che finalmente lo informa che Helena Zitron è viva e si è trasferita in Israele.
Mi amava da impazzire, ho salvato tante vite grazie a lui. Ma sono stata anche molestata, insultata, picchiata dalle altre prigioniere… Lui mi chiedeva cosa mi succedesse, io non rispondevo altrimenti sapevo che quella persona sarebbe stata uccisa”, ricorda Helena nel documentario.
E dopo 30 anni si affaccia il dilemma: salvare la persona che l’ha aiutata o testimoniare contro quest’uomo e i suoi crimini?

Altro film, altro must: Lezioni di persiano, presentato all’ultimo Festival di Berlino, arrivato sulla piattaforma #Iorestoinsala. Diretto dal regista candidato all’Oscar per “La casa di sabbia e nebbia” Vadim Perelman. 1942. Siamo nella Francia occupata. Gilles viene arrestato da soldati delle SS. Riesce a salvarsi, giurando alle guardie di non essere ebreo, ma persiano. Questa bugia lo salva temporaneamente, ma lo trascina in una missione che potrebbe costargli la vita: insegnare l’antica lingua farsi a Koch, l’ufficiale responsabile delle cucine del campo che sogna di aprire un ristorante in Iran appena la guerra sarà finita. Gilles riesce a sopravvivere grazie ad un trucco ingegnoso: inventa ogni giorno parole immaginarie basandosi sui nomi degli altri prigionieri del campo. Questo gesto d’inventiva si rivelerà essere anche una sorta di rivalsa storica permetterà infatti di rendere immortali i nomi dei prigionieri uccisi nei campi di concentramento dopo che i registri dei lager sono stati dai nazisti prima di darsi alla fuga.

pagina Facebook di Januaria Piromallo

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