Kawai Strong Washburn è un fottutissimo scrittore di pancia e di spirito. Il suo Squali al tempo dei salvatori (Edizioni e/o) – in originale proprio così, animal apocalittico, Sharks in the time of saviors – è uno di quei romanzi contemporanei accattivanti fin dal primo rigo. Citiamo: “Quando chiudo gli occhi siamo ancora tutti vivi e allora diventa ovvio cosa vogliono da noi gli dei”. Come condensare in una frase l’intero magma lavico, magico, zampillante dell’opera. Bravo, bene, procediamo. Siamo alle Hawaii in un lasso di tempo largo di 14 anni: dal 1995 al 2009. Nainoa è un bambino che finisce in mezzo alle onde del Pacifico e gli squali accorsi invece di sbranarselo lo portano trascinandolo con i dentini tipo golden retriever tra le braccia di mamma gettatasi in acqua. Per forza: Nainoa è stato concepito al calar delle tenebre nella valle del Waip’o sul cofano di un suv sgarrupato mentre davanti agli occhi di mamma Malia e di suo marito sono comparsi gli antichi spiriti delle Hawaii in marcia con le loro fiaccole. Nainoa è così destinato ad avere incubi portentosi e spettrali, poteri paranormali, ammansire bestiole, salvare uomini e donne dalla morte con la sola imposizione delle mani, suonare magistralmente l’ukulele senza che nessuno glielo insegnasse. La notizia fa il giro dell’isola e arriva perfino sul continente americano. Nainoa sembra come l’ancora di salvezza economica dei genitori che vivono di lavori precari e saltuari. Nainoa però non è il protagonista del racconto. I coniugi Flores hanno altri due figli: Kaui e Dean. Entrambi leggermente messi da parte da mamma e papà più concentrati sulle doti del fratello, ma anch’essi con capacità eccellenti: la prima nello studiare ingegneria e ballare l’hula; il secondo trasformandosi in un fine campioncino di basket. Seguirà la rapida crescita tra adolescenti del luogo e infine la trasferta dei tre ragazzi nella costa Ovest degli Stati Uniti per frequentare l’università. Fino a quando i “poteri” di Nainoa cominceranno a svanire (oppure no?). Oscillante tra un andirivieni osmotico di quattro punti di vista (Malia, Nainoa, Kaui, Dean), Squali al tempo dei salvatori mostra con grazia e sfrontatezza come, nonostante gli stenti materiali, la fatica del vivere, le difficoltà della crescita, l’alone e il peso del dono divino, in quei “corpi c’è la gioia”. Ovvero tutti i protagonisti in questo lungo racconto parlano una lingua spregiudicata e baldanzosa, si rattristano ma non sprofondano mai nel tragico, corroborati da l’uso di verbi eccentrici (ficcare, sgroppare, ecc…), espressioni buffe (piove a sputacchi), e una confidenzialità intima, gergale, quasi da slang eternamente giovanile (le scorregge continuamente evocate, le puzze, le copule), quell’utilizzo di verbi come “sta”, di stop and go colloquiali come “ah, sì, ok”. Una dimensione formale che dà aria alle asperità della titubante epica familiare, che smussa gli angoli in cui cala cupa la morte, strati su strati di colorata e colorita vernice esistenziale (il rapporto di Kaui con Van, la descrizione degli allenamenti e delle partite di Dean, ad esempio), fino al vero capolavoro di senso: il tentativo riuscito di sciogliere l’eccezionalità e il brivido del magico nella banalità e ripetitività del quotidiano, e di far aggrappare l’attenzione del lettore ad una peculiare scansione progressiva del tempo capitolo per capitolo, personaggio per personaggio, quasi che l’espediente non nuovo ma ben orchestrato fosse parte essenziale e cruciale degli eventi narrati. Grandissimo lavoro della traduttrice Martina Testa. Voto (da haole europei bianchi): 7,5

Lo Scaffale dei libri, la nostra rubrica settimanale: diamo i voti dalle Hawaii a Venezia, passando per Marbella

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