Alla cerimonia di insediamento del neoeletto presidente degli Stati Uniti, lo scorso 20 gennaio, la giovane poetessa di origine afroamericana Amanda Gorman, nominata National Youth Poet Laureate nel 2017, ha recitato una propria poesia, dedicata come da tradizione al tema dell’unità nazionale.

The Hill We Climb è un potente intreccio di temi più che mai attuali: l’idea dell’unità della nazione come conciliazione delle differenze culturali in nome del rispetto e dell’amore per il prossimo (“To compose a country committed to all cultures, colors, characters, and conditions of man”, “then love becomes our legacy and change, our children’s birthright”), l’enfasi sulle minoranze e sulla possibilità di riscatto sociale (Gorman parla di sé come di “a skinny black girl descended from slaves and raised by a single mother”, che oggi “can dream of becoming president, only to find herself reciting for one”), e soprattutto il tema della democrazia come di una rinascita (Gorman parla di “redenzione”: “This is the era of just redemption”), come di un obiettivo ancora da raggiungere, e da raggiungere con uno sforzo comune (“But while democracy can be periodically delayed, / it can never be permanently defeated”).

Tutto il testo è percorso dalla contrapposizione, mai disillusa ma sempre costruttiva, propositiva, tra un passato, anche recente, di incertezza e pericolo e un presente già proiettato nel futuro di rinascita collettiva (“And so we lift our gazes not to what stands between us, but what stands before us”, “We will not march back to what was, but move to what shall be”, “So let us leave behind a country better than the one we were left”): una contrapposizione carica di significato, capace di rovesciare potentemente la retorica trumpiana del “make America great again”.

L’immagine a cui Gorman affida questa promessa di “redenzione” è quella della collina, che bisogna scalare per arrivare finalmente alla radura: That is the promise to glade, the hill we climb, if only we dare. It’s because being American is more than a pride we inherit. It’s the past we step into and how we repair it.

A un lettore di poesia non può non venire in mente la raffigurazione dantesca del paradiso terrestre, la “divina foresta” posta sulla sommità della montagna del Purgatorio – un’immagine del resto molto fortunata nella tradizione poetica di lingua inglese, da Milton a Yeats e non solo.

Nel testo di Gorman questa metafora paesaggistica, così densa di suggestioni letterarie come pure di risonanze spirituali (l’elemento naturalistico torna nel richiamo alle Scritture: “Scripture tells us to envision that everyone shall sit under their own vine and fig tree and no one shall make them afraid”), si allarga fino ad abbracciare la geografia degli Stati Uniti, dalle “colline dorate” dell’ovest al sud “arso dal sole”, a significare, ancora una volta, l’unione nella diversità e lo sforzo condiviso per un futuro migliore per tutti:

We will rise from the golden hills of the west.
We will rise from the wind-swept north-east where our forefathers first realized revolution.
We will rise from the lake-rimmed cities of the midwestern states.
We will rise from the sun-baked south. We will rebuild, reconcile, and recover.

In questo percorso, la poesia occupa un posto molto importante. Lo si capisce bene leggendo un’altra poesia di Amanda Gorman, In This Place (An American Lyric), che la poetessa ha recitato nel 2017 alla Library of Congress. Anche in quel testo Gorman attraversa la geografia americana, ripercorrendo alcuni degli eventi-simbolo delle fratture sociali della storia recente, a cominciare dalla manifestazione di estrema destra di Charlottesville del 2017 e dagli scontri in cui morì la giovane attivista Heather Heyer (“where Heather Heyer / blooms forever in a meadow of resistance”).

Ma anche in quel caso lo sguardo di Gorman non è disilluso: anzi, la poetessa si fa portavoce di una speranza “testarda”, di un sogno duro a morire (“She knows hope is like a stubborn / ship gripping a dock, / a truth: that you can’t stop a dreamer / or knock down a dream”), di una storia che è ancora tutta scrivere: “a poem by the people […] to breathe hope into a palimpsest of time”.

Nel difficile periodo che stiamo attraversando, questo senso di una poesia così pervasiva nelle nostre vite, così potente e piena di significato, capace di sprigionare possibilità, è forse proprio quello che ci serve.

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