“Unterricht trotz corona” è stato a lungo uno dei vanti nella gestione della pandemia in Germania: le lezioni in classe vanno avanti nonostante il Covid. Ora però l’aumento dei contagi e del numero di morti, che venerdì hanno superato nuovamente quota mille in 24 ore, hanno fatto crollare anche questo argine: almeno fino al 31 gennaio, le scuole tedesche rimarranno chiuse e si andrà avanti con la didattica a distanza. Per il governo tedesco, senza giri di parole, è diventata una decisione “inevitabile“. Perché Berlino ha invertito la rotta? “Nel complesso, il tasso di infezione nelle scuole segue le dinamiche della popolazione generale e non le precede”, spiega a ilfattoquotidiano.it l’Istituto Robert Koch, principale punto di riferimento per la pandemia in Germania. Gli studenti, quindi, sembra si contagino né più né meno delle altre persone. Questo significa che, come tutte gli altri gruppi, sono uno dei vettori del contagio: ad oggi, sottolinea sempre l’Rki, l’incidenza tra gli alunni “è più di quattro volte superiore rispetto alla fine delle vacanze scolastiche” di questa estate.

In Italia gli alunni delle scuole elementari e medie sono tornati in aula il 7 gennaio, anche se alcune Regioni hanno deciso di posticipare il rientro. Lunedì 11 doveva essere il turno degli studenti delle superiori, seppure con la didattica a distanza almeno al 50%: la maggior parte di loro invece resterà ancora a casa, perché quasi tutti i governatori hanno deciso di aspettare qualche settimana. Veneto, Friuli, Marche e Calabria hanno rinviato a febbraio. In Germania, invece, il blocco delle lezioni in presenza fino a fine mese riguarda tutti gli alunni, asili compresi. Anche la scuola tedesca però procede a macchia di leopardo, visto che le decisioni sono di competenza dei diversi Länder, che stanno applicando in maniera diversa il ‘lockdown scolastico’, definito dalla cancelliera Angela Merkel “difficile ma necessario”. In Bassa Sassonia, ad esempio, si pensa a un’alternanza tra la Dad e le lezioni in presenza per le elementari già a partire dal 18 gennaio.

Se in Italia, però, la didattica a distanza per le scuole superiori è stata la condizione per tutto l’autunno, in Germania appunto si era deciso di “salvare” le lezioni dalle restrizioni decise per contenere i contagi. La dad, fino a inizio dicembre, era un tabù. Ora invece Berlino è convinta che non ci sia altra strada: un portavoce del governo tedesco, contattato da ilfattoquotidiano.it, parla appunto di una scelta “inevitabile“. Aggiunge anzi che con l’attuale livello dei contagi qualsiasi altra scelta “sarebbe stata irresponsabile per quanto riguarda la salute di studenti e insegnanti”. L’obiettivo generale è “ridurre le opportunità di contatto” e arrivare a poter nuovamente tracciare le catene di contagio. La Merkel ha fissato in un’incidenza di 50 nuovi casi ogni 100mila abitanti in una settimana la soglia da raggiungere per poter riattivare un tracciamento efficace. Per riuscirci, è il ragionamento del governo, serve anche la chiusura delle scuole.

Come l’esecutivo italiano si appoggia al Comitato tecnico scientifico, anche il governo federale tedesco è regolarmente in contatto con numerosi scienziati di diversi istituti, che hanno coadiuvato Berlino anche nell’ultima decisione, la proroga del lockdown duro fino a fine gennaio. Tra questi, spiega sempre un portavoce del governo, ci sono “l’Istituto Robert Koch, l’Accademia Nazionale delle Scienze Leopoldina, ma anche con gli Istituti Helmholtz e le cliniche universitarie”. Cosa dicono questi istituti sul contagio nelle scuole? Il Robert Koch spiega che, in generale, l’incidenza dei casi positivi “nella fascia di età degli adolescenti sembra essere parallela all’incidenza dei giovani adulti”. Il numero di focolai di coronavirus segnalati in ambito scolastico, però, “è aumentato in modo significativo nelle settimane precedenti l’inizio delle vacanze di Natale”, seppure restino una “percentuale piccola” rispetto al totale dei focolai. I dati di dicembre non sono ancora noti, ma dall’Istituto segnalano anche un “costante aumento” della percentuale di bambini di età compresa tra 6 e 10 anni che sono coinvolti in focolai attivi.

In generale, il Robert Koch segnala che – seppure seguendo il trend generale della popolazione – da quando le scuole hanno riaperto a fine estate i casi sono progressivamente aumentati anche nelle fasce di età più giovani, fino ad arrivare a un’incidenza “più di quattro volte superiore”. Gli ultimi dati aggregati disponibili sulla scuola risalgono a novembre e sono stati rielaborati dall’Accademia Leopoldina, che ha definito gli studenti “una parte essenziale del processo di infezione”. Perché? Già allora l’Accademia di Halle aveva calcolato un’incidenza di 211,6 casi ogni 100mila persone nei dai 15 ai 19 anni, quindi quattro volte superiore rispetto alla soglia-limite indicata dalla Merkel. L’incidenza scendeva a 127,3 tra i 10 e i 14 anni, mentre era di 88,8 nei bambini da 5 a 9 anni. In quello stesso periodo, la Germania registrava in media 146,5 casi ogni 100mila abitanti.

Numeri che sembrano dimostrare come il contagio coinvolga soprattutto gli alunni delle scuole superiori. Un’evidenza confermata anche dall’Istituto Robert Koch, che spiega invece come, a loro parere, “il potenziale di trasmissione dei bambini più piccoli non è stato ancora chiarito in modo definitivo”, ma “è possibile che contribuiscano meno al processo di infezione”. Allo stesso tempo, però, anche gli asili tedeschi non sono rimasti immuni alla pandemia. Alle catene di contagio tra i più piccoli il Robert Koch ha dedicato uno studio ad hoc: se a metà agosto i casi segnalati coinvolgevano 11-12 istituti, durante la prima settimana di novembre (ultimo dato disponibile) gli asili in Germania con almeno un positivo segnalato tra bambini, insegnanti e genitori erano già 621, uno su dieci. Nella stessa settimana, 363 istituti avevano dovuto chiudere – in parte o del tutto – per via dei contagi. A metà agosto erano appena 14. Secondo Karl Lauterbach, medico e parlamentare del Partito socialdemocratico tedesco, la situazione è abbastanza chiara: “Se riapriamo le scuole, sarà impossibile ridurre ulteriormente il numero di casi”.

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