Dopo averne arrestati e lasciati nelle prigioni di Stato a decine negli ultimi anni, adesso il regime di Abdel Fattah al-Sisi ai giornalisti mette il bavaglio: è in fase di approvazione una modifica del codice penale egiziano che prevede pene detentive e pesanti sanzioni pecuniarie per chi pubblicherà foto, riprese video, in generale parole e immagini all’interno delle aule di tribunale. Un qualsiasi operatore dell’informazione rischia una pena fino a un anno e una multa non inferiore a 100mila sterline egiziane (circa 5.200 euro).

Con l’aria che tira e la crisi dell’editoria, durissima anche in Egitto, saranno pochi gli audaci giornalisti disposti a rischiare simili conseguenze. Così Il Cairo compie un passo ulteriore verso l’isolamento internazionale in materia di diritti inalienabili dopo aver firmato e controfirmato accordi e trattati internazionali in materia giuridica. Il testo di legge è in discussione al Consiglio dei Ministri ed è abbastanza improbabile che il provvedimento possa subire una marcia indietro. Anzi, tutt’altro, considerato l’uso preliminare già tacitamente in vigore: “Di recente io stesso mi sono trovato davanti ad una simile restrizione – racconta a Ilfattoquotidiano.it un giornalista di una testata vicina al regime che preferisce rimanere anonimo – Accade sempre più spesso ormai durante le udienze che il giudice impedisca ai professionisti dell’informazione di lavorare e tutti fanno riferimento proprio a quella che per ora è una bozza di legge. Quasi si stiano adeguando ad un modo di fare anche se il testo non è ancora ufficiale. La bozza di legge l’ho letta, è confusa, scritta male, in alcuni punti davvero povera. Il governo giustifica l’adozione di un simile disegno di legge per tutelare i diritti dell’imputato, ma è chiaro che si tratta di una banale scusa perché noi stessi abbiamo piena consapevolezza di come garantire le tutele a chi non rispetta la legge. Esistono regole di deontologia chiare, sappiamo da soli fin dove poterci spingere, non abbiamo bisogno di ulteriori giri di vite”.

Se, come prevedibile, il disegno di legge dovesse passare, oltre ad un colpo alla libertà di stampa a pagarne le conseguenze sarebbe, al contrario di quanto pensa il governo, proprio la tutela dei diritti degli imputati. Sono in molti a ritenere che la misura sia stata cucita su misura per limitare al massimo la conoscenza di quanto accade dentro le aule dei tribunali egiziani, specie agli imputati passati per le mani della Nsa, la Sicurezza nazionale. Sui cosiddetti reati di coscienza, meglio silenziare ogni spiraglio di libertà, specie in un periodo in cui il regime si sente gli occhi di molti Paesi e organismi internazionali addosso. Su detenuti ‘scomodi’, come Patrick Zaki e Alaa Abdel Fattah, premiati proprio in questi giorni con la cittadinanza onoraria del Comune di Parigi, sarà sempre più difficile avere informazioni di prima mano se non attraverso gli sparuti colloqui con i rispettivi legali. Cosa diranno e in quali condizioni andranno alla sbarra durante le singole udienze, in particolar modo gli attivisti per i diritti umani, sarà sempre più difficile da rendere noto.

In Egitto i processi sono pubblici, a meno che sia necessario garantire alcune tutele in materia di ordine pubblico e decenza morale. È lo stesso giudice a stabilirne i criteri, ma la regola base, ossia il fatto che le udienze siano pubbliche, non è un semplice punto di vista, bensì un dettame della stessa Costituzione egiziana: “Deve essere chiaro, il principio fondamentale delle udienze è che sono pubbliche – afferma l’avvocato Reda Marei dell’Eipr – Lo specifico articolo che si vuole introdurre nel codice penale prevede la richiesta da parte del giornalista di una serie di autorizzazioni prima di pubblicare notizia e immagini. Cosa praticamente impossibile in quanto per ottenerle tutte servirebbe troppo tempo. Il legislatore vuole oscurare ciò che accade nelle aule di tribunale. Il provvedimento va contro la Costituzione egiziana e vìola trattati e accordi internazionali firmati dal nostro Paese. I processi debbono essere pubblici per garantirne l’equità e adesso si vuole impedire alla stampa di entrare in aula. A livello di fattibilità, la bozza governativa si scontra con la Costituzione, tecnicamente la promulgazione non è possibile e dunque ne chiediamo la revoca”.

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