Vi racconto quanto accaduto in due piccoli Comuni.

Nel Comune di Caronno Pertusella (Varese), 18.000 abitanti circa. Il sindaco ha chiesto ai proprietari di immobili di affittare a sfrattati con affitti a canone agevolato. I proprietari hanno risposto con un secco NO. A quel punto il sindaco non ha potuto fare altro che salvare una famiglia dallo sfratto esaurendo il contributo affitto di 3.900 euro in cassa al Comune, altrimenti la famiglia di sfrattati sarebbe costata 100 euro al giorno in struttura alberghiera ma a tempo determinato. Impossibile e forse non etico sostenere quel costo, a fondo perduto che avrebbe lasciato la famiglia nella precarietà. Ora le risorse sono finite.

Santa Marinella (Roma) è un comune di circa 19.000 abitanti, un manipolo di famiglie del locale Comitato Emergenza Casa, alcune in gravissima precarietà abitativa, hanno osato occupare un immobile chiuso da anni. La notizia sta che questo avviene in un comune di solo 19.000 abitanti non in una grande area urbana.

A Santa Marinella i contributi affitto sono elargiti con il contagocce, a Santa Marinella non si realizza una casa popolare da più decenni, a Santa Marinella ci sono immobili pubblici e privati vuoti da anni.

A Santa Marinella con circa 19.000 abitanti ci sono 84 famiglie in graduatoria in attesa di nulla e si è dovuta fare una battaglia anche solo per far pubblicare la graduatoria. Ebbene quelle 84 famiglie sembrerebbero poche, ma in un comune come Santa Marinella se rapportiamo il suo numero di abitanti per esempio a Roma (2.700.000 abitanti) sarebbero circa 12.000.

Insomma a Santa Marinella e a Caronno Pertusella la precarietà abitativa è rapportabile a quella di una grande area urbana.

Questi due casi ci dicono che la precarietà abitativa è questione nazionale, non limitata alle grandi aree urbane. Del resto nessuno o quasi ci fa caso ma oltre il 53% del totale nazionale delle sentenze di sfratto (fonte Ministero dell’interno) si riferiscono a famiglie che vivono nei comuni delle province non nei comuni capoluogo.

Appare sempre più evidente che la questione abitativa è nazionale non è questione delle sole aree metropolitane. Poi il Covid ha reso tutto ancora più drammatico.

Da tempo l’Unione Inquilini chiede un Piano nazionale di edilizia residenziale pubblica a canone sociale, ed ora, che il Governo si appresta a definire il Piano del Recovery Fund, è necessario sfruttare questa occasione affinché una quota dei 209 miliardi di euro sia destinata a realizzare case popolari senza consumo di suolo non limitato alle sole grandi aree urbane ma in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale.

Abbiamo necessità di un vero piano strutturale che affronti la precarietà abitativa ad esempio da Caronno Pertusella e Santa Marinella, fino a Roma e Palermo. Non è un caso che Unione Inquilini abbia lanciato da due settimane una campagna nazionale su sei punti connessi tra loro:

1) quota Recovery Fund per piano pluriennale di edilizia residenziale pubblica a canone sociale uniforme sul territorio nazionale, basato su consumo di suolo zero e recupero immobili pubblici e privati inutilizzati, previa mappatura.

2) basare il piano sul fabbisogno reale ovvero 650.000 famiglie nelle graduatorie e 50.000 sentenze di sfratto all’anno.

3) consentire la realizzazione della quota di social housing anche agli Ater/Aler/Iacp che garantiscano un affitto non superiore a 250/300 euro.

4) efficientamento energetico e manutenzioni straordinarie per case popolari che portino anche al recupero di case popolari chiuse e oggi inutilizzate, coinvolgendo le periferie.

5) coniugare il piano pluriennale di erp come investimento e non come spesa ma come vero piano per il lavoro.

6) sospensione degli sfratti in relazione alla definizione del Piano nazionale di edilizia residenziale pubblica e a all’avvio della sua realizzazione.

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