“Cristo, tutto il mondo sa che lei è mancino” è la battuta di uno dei personaggi minori di un film minore di Paolo Sorrentino, Youth, non una delle sue migliori pellicole, diciamo. La battuta è pronunciata quando nella piscina di una malinconica spa si materializza un uomo grasso e sfatto dagli stravizi, che nelle intenzioni del regista doveva essere il Diego Armando Maradona degli anni delle cure da un’obesità imbarazzante.

Sì, è lui, o meglio, è un attore che lo interpreta alla perfezione. E’ un dialogo ai limiti del surreale, che prende spunto dal personaggio di Michael Caine che dice a un bambino, a proposito di un problema al gomito e della terapia di come affrontarlo, “tu sei mancino, e tutti i mancini sono degli irregolari”. In quel momento si avvicina, placido e gonfio come una foca, il personaggio di Maradona: “Pibe, anche io sono un mancino”. Bocche spalancate. Parla l’attore affianco a Caine: “Cristo, tutto il mondo sa che lei è mancino”.

Ecco, tutto il mondo sapeva che Maradona era mancino ed era un irregolare. Sinistro nel piede privilegiato del suo tocco delizioso. Sinistro ed irregolare nel senso letterale di una vita sbandata e sventrata, piena di danni e di sventure. Le donne maltrattate. Il figlio non riconosciuto. La cocaina che mandò a gambe all’aria il suo rapporto con il Barcellona e poi con il Napoli. Le frequentazioni di camorra, quella foto nella vasca dei Giuliano. La squalifica per doping ai Mondiali del ’94.

Quanti errori. Quanto talento buttato al vento. Eppure gliene rimaneva abbastanza per vincere da solo le partite, magari dopo una settimana di notti in discoteca e di allenamenti saltati e di droga consumata a pacchi. Con una vita come quella, un uomo normale non si sarebbe retto in piedi. Lui correva come un tarantolato per novanta minuti. Per poi farsi ringhiottire nel buco nero delle sue angosce mai superate. Ha amato Napoli che l’ha ricambiato di un amore folle e incondizionato, che gli ha perdonato tutto e ci vorrebbero centinaia di pagine per raccontare questa storia d’amore perfetta, passionale e disperata.

La sintesi perfetta della sua vita e della sua carriera è tutta nel quarto di finale dei Mondiali ’86, Argentina-Inghilterra 2-1: un gol di mano, festeggiato senza vergogna da autentico imbroglione, e poi uno slalom di settanta metri con i difensori inglesi che non riescono nemmeno a leggergli il numero di targa mentre lui va a segnare al termine dell’azione più bella della storia del calcio. Per fortuna non c’era il Var.

Maradona ha vinto due scudetti a Napoli e vincerli qui era – ed è – come vincerne quaranta a Torino con la Juventus. Agnelli era pronto a firmare un assegno in bianco pur di averlo alla sua corte. Lui rispose che non avrebbe mai potuto fare questo affronto ai napoletani: “Io mi sentivo uno di loro, non avrei mai potuto indossare in Italia altra maglia se non quella del Napoli”. La maglia numero 10, che dopo di lui il Napoli ha ritirato e non ha fatto indossare a nessuno. Peserebbe un quintale. Soprattutto da domani.

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