A volte basta un accento per raccontare un legame. Maradona e Napoli. Anzi no, Maradona è Napoli. Perché Diego non si è limitato a diventare l’idolo di una città intera. Lui ne ha riempito i vicoli, ne ha scandito le giornate, ne ha stravolto la narrazione. Ma, soprattutto, le ha dato speranza. L’identificazione è stata totale. Tanto che è lecito chiedersi cosa sarebbe stato dell’uno senza l’altra. Un rapporto unico che si è sedimentato fin da subito, che prima è diventato granitico e che poi si è sbriciolato. Nella teoria più che nella pratica. Perché è come se qualcuno si fosse divertito a soffiare su quella polvere fino a farla volare, a farla posare in ogni angolo della città. Per questo a Napoli Maradona resterà per sempre vivo. Nelle piazze, nei murales, nei bar, nei salotti, nelle chiacchiere di chi può vantarsi di averlo visto e di chi invece può solo millantare di averlo fatto.

Re Mida del calcio, è riuscito in un’impresa preclusa alla maggior parte degli uomini: trasformare le periferie in centro. Merito del suo essere un rivoltoso, un potente del pallone che stava dalla parte dei più deboli, della gente comune, di chi poteva trovare conforto solo in una giocata, in un dribbling, in un gol impossibile. Un Robin Hood in maglia azzurra che soffiava gli scudetti ai ricchi del Nord per consegnarli a chi era imprigionato nel ruolo di ultimo della classe. E pensare che all’inizio Napoli non era niente di speciale per Maradona. Solo un nome che aveva sentito pronunciare più volte. Qualcosa di italiano come la pizza. Ma soprattutto era un’occasione. Quella di fare di nuovo il pieno di soldi dopo che una serie di investimenti allegri aveva risucchiato i dollari sul suo conto. Tutto cambia alle 18,31 del 5 luglio 1984. Un giovedì. Maradona arriva al San Paolo.

È vestito con i pantaloni di una tuta grigia a ha una sciarpa azzurra. “Buonasera napolitani. Sono molto felice di essere con voi”, dice davanti a 70mila spettatori. Poi calcia il pallone e si presenta davanti ai giornalisti. “Voglio diventare l’idolo dei ragazzi poveri di Napoli, perché loro sono com’ero io quando vivevo a Buenos Aires“. Ed è vero. Maradona ha provato per tutta la vita a togliersi di dosso l’odore della povertà, della muffa che impregnava la sua casa di Villa Fiorito. E forse non ci è riuscito. Semplicemente si è trasformato in qualcosa di diverso. Finta dopo finta, gol dopo gol, prodezza dopo prodezza è diventato una slot machine capace di realizzare i sogni altrui. Il segnale che lo aspetta un’avventura unica arriva il 16 settembre del 1984, durante la trasferta di Verona. Maradona entra allo stadio e vede uno striscione. C’è scritto “Benvenuti in Italia”. Tre parole che si ripetono in tutti gli stadi del Nord, anche con un numero impressionate di varianti. La più frequente aggiunge “Lavatevi”. Maradona a Napoli diventa religione laica, un’eucarestia che la domenica lava via tutti i peccati di un’esistenza a volte difficile.

Diego porta alla città due scudetti, una Coppa Italia, una Supercoppa e una Coppa Uefa. Un bottino che non era mai stato messo insieme prima. E che non è stato ancora eguagliato. “Vincere il primo scudetto nel Napoli in 60 anni di storia fu per me una una vittoria senza paragoni – dirà – diversa da qualunque altra, compreso il titolo mondiale con la Seleccion del 1986. Perché il Napoli lo avevamo fatto noi, dal basso, da operai”. Ma Diego non porta solo successi. Porta speranza, porta bellezza. Il sublime ha la sua epifania nel 1985/1986. È il 3 novembre. Napoli contro Juventus la partita. Mancano 15 minuti alla fine quando viene fischiata una punizione a due in area per i partenopei. Fra la palla e la porta ci sono appena 12 metri. Con un mezzo una barriera. Maradona chiede a Pecci di passargli il pallone un po’ indietro. Il compagno tentenna: “Diego da qui non si passa”, garantisce. Maradona insiste. E tranquillizza anche Bruscolotti. “Segno lo stesso, stai tranquillo”, giura. Avrà ragione. La parabola è folle, insensata. Il pallone si alza, si inarca, si abbassa all’improvviso. È un gol che spegne la stella di Platini, che espugna la Bastiglia, che ghigliottina la nobiltà del calcio e dà inizio alla rivoluzione. Almeno quella calcistica. Ma a Napoli Maradona è soprattutto El Diego de la gente. Non si tira mai indietro. Perché sa che a volte la sua presenza è addirittura meglio di una medicina. E quando non è così si impegna in prima persona per trovare una soluzione.

Come nel 1985, quando il compagno di squadra Pietro Puzone gli chiede di giocare una partita per aiutare un bimbo malato. Si gioca ad Acerra. In una distesa di fango con due pali scrostati. Maradona se ne infischia del no di Ferlaino e sale in macchina. Quelle immagini fanno il giro del mondo. Il calciatore più forte del pianeta si cambia in un parcheggio con una Fiat Argenta alle spalle. Sgambetta nel fango, dribbla, corre, finta. E segna. A Napoli Maradona diventa più grande del suo stesso sport. Eleva una città a Nazione, a modo di essere. Vive in osmosi con il suo ambiente, ne acquisisce le virtù. E anche i vizi. Napoli amplifica le sue contraddizioni, fa esplodere il contrasto fra il superuomo in calzoncini e maglietta e la persona fragile in borghese. È la città dove le sniffate degenerano in tossicodipendenza, delle foto in compagnia di Carmine Giuliano che gli varranno l’accusa di essere vicino alla camorra.

La storia finisce il 17 marzo del 1991, dopo la partita con il Bari. I test antidoping trovano tracce di cocaina nell’urina. Il 10 urla all’ennesimo complotto contro di lui. Meno di un mese più tardi Diego lascia Napoli. Di notte. Una fuga in piena regola. Più da se stesso che dalla gente che lo ha aiutato a diventare ancora più grande. Lontano da Napoli inizia il suo declino. Come calciatore. E come uomo. Maradona è andato via ventinove anni fa. Ma è come se non se ne fosse mai andato. Quella città è diventata la sua città. E continua a respirarlo, a raccontarlo, a tenerlo vicino. Non c’è napoletano che non abbia una storia su Maradona. Leggende che si intrecciano alla realtà. Un passato che diventa eterno presente e futuro, come se lungo quelle strade il tempo scorresse in maniera diversa. “Povero, vecchio Diego – scrisse una volta Jorge Valdano – Abbiamo continuato a dirgli per tanti anni ‘Sei un dio’, ‘Sei una stella’, e ci siamo scordati di dirgli la cosa più importante: ‘Sei un uomo’”. Un uomo che è riuscito a diventare immortale.

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