Un’udienza privata per parlare dei temi di giustizia sociale, al centro negli ultimi mesi di una forte campagna mediatica che aveva portato anche alla sospensione per due giorni della stagione. Da una parte Papa Francesco, dall’altra una delegazione della Nbpa, l’associazione dei giocatori Nba. Nel gruppo di atleti che è stato ricevuto in Vaticano c’erano Sterling Brown, Kyle Korver, Jonathan Isaac, Anthony Tolliver e l’italiano Marco Bellinelli. Con loro i dirigenti Nbpa Michele Roberts, Sherrie Deans e Matteo Zuretti. La delegazione ha illustrato al Papa il lavoro che la Nba sta facendo in tema di giustizia sociale e disuguaglianza economica, sostenendo in maniera attiva il movimento Black Lives Matter.

“La missione dell’Nbpa – si spiega una nota – è proteggere e sostenere i diritti e i talenti dei giocatori, amplificare il potere della loro volontà collettiva e amplificare le loro voci come leader che trascenderanno lo sport e la società a livello globale”. I giocatori Nba, spiega la lega, sono stati per decenni sostenitori dei movimenti per la giustizia sociale nelle loro comunità, incluso il coinvolgimento in recenti attività negli Stati Uniti. “Dopo la morte di George Floyd – spiega la Nba – alla fine di maggio, i giocatori si sono mobilitati per sensibilizzare sulla piaga della cattiva condotta della polizia a livello nazionale nelle comunità di colore e hanno lavorato per far luce su questioni più ampie di disuguaglianza”.

Nella stagione conclusa poche settimane fa, Brown e Korver hanno giocato nei Milwaukee Bucks, la squadra che ha deciso di non scendere in campo nel match contro gli Orlando Magic dopo il ferimento di Jacob Blake, il 29enne ferito dalla polizia a Kenosha. Lo stop deciso dai Bucks aveva dato il via a una serie di scioperi non solo in Nba, ma anche nel tennis e in altri sport americani. Brown, tra l’altro, guardia di 25 anni, nel gennaio del 2018 era stato fermato a Milwaukee per un controllo della polizia e poi in seguito ad un diverbio con gli agenti atterrato e colpito con una scarica di taser, quindi arrestato per resistenza al pubblico ufficiale.

Era girato il video dell’episodio e qualche mese dopo il Dipartimento di polizia era stato costretto ad ammettere la condotta inappropriata degli agenti. Ma il giocatore, nemmeno dopo che la città gli aveva proposto un risarcimento di 400mila dollari, aveva abbandonato la causa legale. “C’è una cosa che hanno sottovalutato: io non sto in silenzio”, aveva raccontato a Players Tribune. La causa si è poi conclusa recentemente con il pagamento di 750mila dollari da parte degli imputati.

Prosegue quindi il lavoro sul tema della giustizia sociale – deflagrato nella “bolla” di Orlando, dove si è conclusa la stagione 2019/20 per la pandemia di coronavirus – impostato dai giocatori della più importante lega professionistica di basket al mondo. Già nel sospendere il boicottaggio delle partite, i giocatori avevano chiesto alla Nba di sostenerli nella campagna. Una battaglia alla quale si è aggiunto in veste di ‘consulente’ anche Barack Obama, che li aveva incontrati discutendo della “formazione di un comitato per la giustizia sociale per assicurare che le azioni” dei giocatori e della Nba “portino ad un continuo, significativo impegno per le riforme della polizia e del sistema giudiziario”.

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