Alcuni nomi degli imprenditori che nel corso degli anni hanno versato migliaia di euro a Open erano già noti, ma con il deposito di nuovi atti dell’inchiesta cominciano a emergere con più chiarezza i rapporti che c’erano tra quelle aziende e la fondazione legata a Matteo Renzi. Nell’elenco compaiono tra gli altri Beniamino Gavio, azionista dell’omonimo gruppo che gestisce varie tratte autostradali, i Toto delle autostrade abruzzesi, l’emiliano Michele Pizzarotti e pure la divisione italiana della British american tobacco. Come riporta il quotidiano La Verità, gli inquirenti sono al lavoro sulla “concomitanza temporale” tra l’erogazione di alcuni fondi alla cassaforte renziana e una serie di emendamenti o interventi legislativi arrivati in Parlamento quando l’ex segretario del Pd era al governo (o comunque ne era il principale azionista). I magistrati intendono dimostrare come Open fosse una “articolazione politico-organizzativa del Partito democratico (corrente renziana)”, ipotesi su cui si basa l’accusa di finanziamento illecito contestato allo stesso Renzi, Maria Elena Boschi e all’attuale deputato del Pd, Luca Lotti. Stando agli ultimi sviluppi dell’inchiesta, risulta che la fondazione abbia pagato anche 130mila euro per i sondaggi delle campagne politiche dell’ex premier e 150mila euro per la pubblicazione di un book fotografico per il viaggio in camper durante le primarie.

Soldi per l’ascesa politica di Renzi – Dalle ultime informative delle Fiamme gialle inviate alla procura di firenze, risulta che le casse di Open hanno finanziato molte iniziative politiche di Renzi, impegnato nelle primarie del Pd nel 2012 e nelle Politiche del 2013, per un totale di oltre mezzo milione di euro. Risorse che hanno permesso di finanziare sondaggi elettorali, ma anche campagne di comunicazione politica per invitare i cittadini al voto (126mila euro), cene, alberghi, consulenze di comunicazione politica (quasi 68mila euro) e pure la pubblicazione di un book fotografico. L’ipotesi degli investigatori è che Open (che all’inizio si chiamava Big Bang) anche in questo modo si sia comportata come articolazione di partito.

Beniamino Gavio – Tra gli sponsor della Fondazione, che negli anni ha finanziato la Leopolda a Firenze, c’è innanzitutto Beniamino Gavio. Nell’ottobre 2013, scrive il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, l’imprenditore viene rappresentato da Guido Ghisolfi a una cena a cui partecipano Renzi, il presidente di Open Alberto Bianchi, Marco Carrai, Vito Pertosa, Luigi Pio Scordamaglia e Davide Serra. Il giorno dopo, Bianchi invia a tutti gli ospiti una mail in cui si legge che l’esito dell’incontro ha portato a “due presupposti e alcuni impegni reciproci“. Gavio, Pertosa e Scordamaglia si impegnano a versare 100mila euro l’anno per cinque anni (in realtà poi ne arrivano 76mila). In cambio, si legge, “Matteo assicura almeno tre incontri all’anno” per “brainstorming a 360 gradi”. Nelle carte dell’inchiesta, aggiunge La Verità, viene citato un “elaborato” – intitolato “Contenimento delle tariffe e razionalizzazione del sistema autostradale italiano” – inserito in un faldone di Bianchi (“Renzi M. Think tank“) e accompagnato a sua volta da una cartellina dal titolo “Sblocca Italia, emendam“. Cosa contiene? Un’email di Bianchi del 25 settembre 2014 riguardante una proposta di emendamento al decreto Sblocca Italia e destinata a Antonella Manzione, ex capo dei vigili di Firenze nominata responsabile dell’ufficio Affari legislativi di Palazzo Chigi. Il provvedimento, scrive ancora il quotidiano, proroga senza gara la durata delle concessioni a una serie di gestori autostradali, riconducibili anche ai Gavio.

Michele Pizzarotti – Da Pizzarotti arrivano a Open 50mila euro e nelle carte dei magistrati sono riportate diverse occasioni in cui il businessman avrebbe incontrato l’ex premier. In questo caso i pm rilevano però anche una “concomitanza temporale” tra un contributo da 25mila euro erogato il 15 ottobre 2014 e lo stanziamento, nella Finanziaria di quell’anno, di 300 milioni per coprire gli ammanchi di traffico sull’autostrada A35. Ad iniziare l’opera, spiega La Verità, è stato nel 2009 il consorzio Bbm che includeva anche l’azienda di Pizzarotti.

Gruppo Toto – Interessati sempre alle autostrade sono i Toto, che gestiscono la tratta A24 (Roma-L’Aquila-Teramo) e la A25 (Torano-Avezzano-Pescara). Il gruppo, scrive sempre l’avvocato Bianchi in una mail a due colleghi del suo studio, avrebbe “espresso il desiderio di versare a Open” un importo “pari al netto del 2% di quanto, a seguito della nostra attività professionale” (come studio legale, ndr) “sarà ricavato dai contenziosi/trattative con Anas spa” e nella vicenda della variante Ss Aurelia a La Spezia. Il quotidiano di Belpietro riferisce che anche qui c’è di mezzo un emendamento. Siamo nel 2017, al governo c’è Gentiloni ma Renzi è ancora leader del Pd: Bianchi spiega a Luca Lotti che la norma è “frutto di un’intesa tra loro”, cioè i Toto “e Armani” (all’epoca capo dell’Anas).

Famiglia Aleotti – Tra i finanziatori “più significativi” per i magistrati c’è poi la famiglia Aleotti. In un’email del febbraio 2018, una collaboratrice di Bianchi scrive che “sono arrivati 50k da Landini Massimiliano, 50k da Aleotti Luciano, 50k da Aleotti Alberto“. A un pranzo con Bianchi, Carrai e Lucia Aleotti, riferisce La Verità, si parla della “possibile nomina di Lucia Aleotti all’interno di un ente non meglio precisato”.

British american tobacco – Come già emerso nelle prime fasi dell’inchiesta su Open, 170mila euro sono arrivati dalla British american tobacco Italia Spa. Secondo gli inquirenti, Luca Lotti ha ricevuto dal suo referente del colosso due “elaborati”. In uno, la multinazionale “auspica una revisione del sistema di tassazione che non penalizzi l’industria e non causi distorsioni della concorrenza, consentendo allo stesso tempo lo sviluppo di prodotti meno dannosi attraverso una loro tassazione inferiore rispetto a quella tradizionale”. Anche in questo caso i finanzieri parlano di una “concomitanza tra il contributo di 20mila euro del 21/12/2017” erogato dalla società “a favore della fondazione Open, con un intervento ‘in legge di bilancio’ evocato da Ansalone (verosimilmente a favore della predetta società) e la ‘proiezione’ verso la campagna elettorale per le elezioni politiche 2018“.

Pietro Di Lorenzo – Chiude l’elenco Pietro Di Lorenzo, presidente della Irbm di Pomezia che sta lavorando insieme all’università di Oxford al vaccino anti-Covid. Lui e i suoi familiari hanno destinato alla Fondazione 160mila euro. Nelle carte si citano diversi scambi di messaggi tra Bianchi e l’imprenditore, finalizzati a organizzare un incontro con Renzi. Ma anche due appunti dello stesso avvocato che – scrivono gli investigatori – “possono essere messi in correlazione ai finanziamenti statali a favore della società consortile Cnns”. Azienda che, conclude il quotidiano di Belpietro, è controllata al 70% proprio dalla Irbm.

Riceviamo e pubblichiamo

Gentile redazione,
con riferimento a quanto da voi riportato lo scorso venerdì 13 novembre, mi pare d’obbligo precisare che il contribuito effettuato alla fondazione open è stato di natura personale e l’azienda che rappresento non ha effettuato nessun tipo di elargizione.

Sono, altresì, obbligato a precisare, onde evitare strumentalizzazioni cui il vostro articolo, purtroppo, si presta, che l’impresa Pizzarotti non è mai stata il socio di riferimento della Brebemi né ha mai detenuto la sua governance, elemento fondamentale e presupposto da cui poter eventualmente far discendere un interesse diretto, così come da voi evidenziato.

Il riequilibrio economico della Brebemi è intervenuto a seguito di un lungo processo, legislativamente previsto, condotto tra la governance di Brebemi e il suo concedente pubblico CAL.: processo, quest’ultimo, cui la Pizzarotti non ha avuto parte né poteva averne dal punto di vista procedurale.

Grazie e buon lavoro,

Michele Pizzarotti

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