Alberto Cirio ha affermato di non capire le ragioni per cui il governo ha inserito il Piemonte tra le zone rosse con un lockdown più severo. E dire che aveva molti elementi in mano, dalla macchina dei tamponi già in affanno a metà ottobre, all’individuazione degli ospedali Covid arrivata solo a fine mese. Poi c’è il tema della cronica carenza di personale, su cui ora l’ordine dei medici torinese attacca l’assessore regionale alla Sanità Luigi Genesio Icardi, accusandolo di voler assumere “dei medici a cui far svolgere attività infermieristiche per far fronte alla carenza di infermieri”. Una ricostruzione che Icardi rimanda al mittente. Proprio lui che, quando la seconda ondata stava già esplodendo durante il mese scorso, se n’è andato in viaggio di nozze in Sicilia: “Sono stato via solo cinque giorni, durante i quali sono stato operativo come se fossi stato presente”, si è difeso.

Tamponi, problemi già a ottobre – Proprio nei giorni della luna di miele di Icardi, la situazione dava i primi segnali di criticità. I contagi stavano salendo, l’indice Rt era passato dallo 0,7 di luglio all’1,4 della prima metà di ottobre e la “macchina” dei tamponi era in affanno. Nei laboratori delle Asl di Rivoli mancavano i reagenti per processare i test, allertava l’Anaao Assomed, sindacato dei medici e dei dirigenti sanitari. Come riassumeva il consigliere regionale Marco Grimaldi il 13 ottobre, con 400 contagiati al giorno, si facevano 6-7mila tamponi a fronte dei 15mila prospettati dalla giunta, lasciando le persone in attesa degli esami. Sarebbe stato il caso di snellire le procedure con cui i medici di base richiedevano l’esame per i pazienti sospetti, sosteneva la Fimmg, la Federazione dei medici di medicina generale secondo la quale si creava un imbuto ai Servizi di igiene e sanità pubblica (Sisp) con lunghe attese. Se i tamponi non vengono eseguiti rapidamente, infatti, i positivi non sono individuati e isolati e il contagio si diffonde senza ostacoli. Per far fronte a questo problema il presidente Alberto Cirio aveva annunciato la possibilità di eseguire i test rapidi antigenici in farmacia, un’operazione mai andata in porto per l’impossibilità delle farmacie di reclutare infermieri in grado di eseguirli. In sostanza, c’erano molti segnali già a metà ottobre, ma per Icardi andava tutto bene: “Il Piemonte è pronto a questa seconda fase di epidemia – garantiva il 19 ottobre l’ex sindaco di Santo Stefano Belbo, nelle Langhe –. Il 90 per cento dei positivi è asintomatico e anche se la pressione sugli ospedali sta salendo, siamo ben lontani dalla saturazione delle terapie intensive”.

I posti per i pazienti Covid – In realtà non c’era molto da star sereni, tant’è che martedì, durante il Consiglio regionale, l’assessore Icardi ha dovuto rendere conto di quanti posti devono essere allestiti nei reparti di terapia intensiva. In regime normale ci sono 327 posti e durante la prima emergenza ne sono stati attivati 287, per un totale di 614 posti. A questi bisognerà aggiungere i cento in fase di preparazione e altri 150 a seguire, finanziati dalla Regione, a cui si sommeranno quelli previsti dal piano Arcuri. Riassumendo, c’è ancora molto da fare. Il problema delle terapie intensive, però, è soltanto una parte del nodo dei posti letto emersa negli ultimi giorni, con le immagini delle barelle nei corridoi dell’ospedale di Rivoli e delle brandine nella chiesa dell’ospedale San Luigi di Orbassano.

“Su questo fronte, non è stato previsto nulla in merito”, spiega a Ilfattoquotidiano.it Mauro Salizzoni, consigliere regionale del Pd e medico chirurgo di lungo corso. Durante la prima ondata erano stati individuati quattro ospedali Covid ed erano stati allestiti dei posti letto alle ex Officine grandi riparazioni di Torino, una struttura riconvertita a polo culturale e poi in presidio sanitario: per cento giorni ci sono state dodici stanze, 56 posti letto di degenza, 30 di terapia subintensiva e quattro di terapia intensiva. A luglio è stato smantellato, nonostante gli oltre tre milioni di euro spesi, e spostato all’ex ospedale Oftalmico nel centro del capoluogo. “Ha venti posti letto e ora ne hanno previsti altri ottanta”, prosegue Salizzoni che ricorda un intervento del Pd a metà ottobre: “Con alcuni colleghi avevamo chiesto di definire gli ospedali Covid, tra cui il Martini che può garantire una separazione tra i pazienti Covid e quelli non Covid. Questa individuazione avrebbe permesso di monitorare meglio e salvaguardare la salute e la vita delle persone non contagiate dal virus”. La definizione degli ospedali Covid, invece, è arrivata soltanto il 31 ottobre, quando la situazione era già molto grave: dopo la chiusura dei piccoli pronto soccorso della cintura di Torino per recuperare personale, sono stati individuati sedici ospedali nella Regione. Tra questi, anche il san Luigi di Orbassano, che doveva riservare il 50 per cento dei suoi posti ai pazienti Covid, limite ben presto superato, come negli ospedali del capoluogo da dove partono i pazienti portati verso altre strutture piemontesi.

Il personale mancante – Ora uno dei problemi più gravi è la mancanza di personale, un male comune al resto della sanità italiana. A sabato, si contavano 3.184 operatori sanitari aggiuntivi a disposizione delle Aziende sanitarie locali grazie al reclutamento della Regione: 514 medici e 1.273 infermieri, oltre a 1.397 altre figure professionali. Sono quasi cinquecento in più rispetto a due settimane fa. Altri bandi sono ancora aperti: “Faccio appello alla partecipazione ai bandi e invito gli ordini professionali ed i sindacati a segnalare eventuali ulteriori disponibilità – è l’appello fatto da Icardi sabato pomeriggio –. Chi può dia una mano, c’è bisogno del massimo sforzo per reperire personale sanitario da impiegare con urgenza in attività di vitale importanza per tutti”. Eppure le organizzazioni sindacali di medici e infermieri già a ottobre prevedevano gravi difficoltà sul fronte del personale. Come se non bastasse, tra l’assessore e l’ordine dei medici di Torino è esplosa la polemica. “La Direzione Sanità e Welfare della Regione ha invitato le aziende sanitarie regionali ad assumere dei medici a cui far svolgere attività infermieristiche per far fronte alla carenza di infermieri”, hanno denunciato i dottori in un comunicato, sottolineando “l’idea del punto di confusione a cui è giunto l’Assessorato alla Sanità”. Poi ricordano: “L’articolo 348 del Codice Penale punisce l’esercizio abusivo di professione per chi la eserciti senza averne l’abilitazione ed essere iscritto al relativo albo. Questo sarebbe il caso del medico che sia messo a fare l’infermiere”. Icardi sostiene invece che le cose non siano andate così: “Sono certo che l’indicazione trasmessa dall’Unità di crisi non intendesse in nessun modo offendere o ledere il ruolo dei nostri medici e infermieri”. Nessuno intende assumere dottori “in ruolo infermieristico“. Poi aggiunge: “L’appello, in un momento di grande emergenza come quello in cui ci troviamo e di carenza di personale, è quello di poter contare il più possibile sul supporto di tutti per ciò che ciascuno può fare, per garantire l’assistenza ai pazienti”.

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