Il 4 novembre scorso la Legge Zan contro l’omotransfobia ha ottenuto il primo via libera dalla Camera dei deputati. Il testo approvato prevede l’introduzione di nuovi reati: chiunque istiga a commettere o commette atti di discriminazione fondati “sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere o sulla disabilità” sarà punito con la reclusione fino a 18 mesi o la multa fino a 6000 euro; la reclusione da 6 mesi a 4 anni scatterà invece per chi partecipa o aiuta organizzazioni aventi tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per gli stessi motivi.

Ora è evidente che, con sanzioni di questo tipo, mai nessuno finirà in carcere. L’impianto del testo di legge è piuttosto orientato alla “riparazione”: il condannato per questi delitti potrà infatti ottenere la sospensione condizionale della pena se svolgerà un lavoro di pubblica utilità presso le associazioni a tutela delle vittime dei reati di discriminazione.

Il legislatore intende così rimarcare quanto siano deprecabili e dannosi comportamenti di questo genere, espressioni di una persistente arretratezza culturale. Il divieto di discriminare discende dall’art. 3 della Costituzione, che mette al centro la dignità della persona: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Come scrisse a tal proposito Stefano Rodotà, “la dignità appartiene a tutte le persone, sì che debbono essere considerate illegittime tutte le distinzioni che approdino a considerare alcune vite come non degne, o meno degne, d’esser vissute”.

Tra le reazioni positive al voto della Camera c’è quella del Silp-Cgil della Polizia di Stato. “Si tratta di reati d’odio o più tecnicamente di crimini dell’odio che meritano più spazio nel nostro ordinamento – dice Daniele Tissone, segretario generale del sindacato – Sostanzialmente si estende il reato, già esistente, di propaganda e istigazione all’odio e alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi a tutti gli atti di discriminazione e di violenza fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere oppure sulla disabilità o su una condizione personale di particolare vulnerabilità. Non possiamo che essere d’accordo e direi che le ultime modifiche contro le discriminazioni delle persone disabili sono particolarmente importanti”.

Nel commentare l’approvazione del disegno di legge, un amico mi chiedeva se il tema dell’omosessualità fosse ancora un tabù nelle Forze armate. Ebbene la situazione è cambiata molto rispetto al passato e ritengo che discriminazioni del genere siano sempre più rare. Questo perché c’è stato un fisiologico adeguamento ai tempi anche da parte di istituzioni “chiuse” come quelle militari, favorito senza dubbio da un livello di istruzione più elevato.

La lotta contro l’omotransfobia e contro ogni tipo di discriminazione dovrà comunque essere tra gli obiettivi dei nuovi sindacati militari. Il Silp-Cgil ne ha fatto senza dubbio una bandiera da diversi anni. Nel 2016, in occasione della prima unione civile tra omosessuali in Polizia, Daniele Tissone si era espresso in questi termini: “Le discriminazioni, soprattutto all’interno delle Forze armate e dei corpi militari dove le rappresentanze sindacali non sono presenti, esistono e sono molto forti: per questo come poliziotti Cgil vogliamo continuare a dare un fattivo contributo, anche e soprattutto per quel che riguarda i lavoratori in divisa”.

Poi nel 2019 è stata eletta nella segreteria nazionale del sindacato Michela Pascali, poliziotta lesbica che da tempo si batteva per i diritti Lgbt nelle forze dell’ordine. “La segreteria mi ha voluto per la mia attività sindacale, non certo solo e perché sono omosessuale – disse dopo l’assemblea di Rimini – ma è ovvio che le problematiche Lgbt faranno parte della mia attività”. “Spero che la mia elezione – aggiunse – possa aiutare tanti colleghi a fare coming out, possa aiutare tutti quelli che vivono un disagio a uscire fuori senza vergognarsi di quello che sono”.

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