Mercoledì 20 gennaio 2021 Joe Biden farà il suo ingresso alla Casa Bianca. La sua presidenza inizia nel punto di collisione di molteplici crisi: la pandemia, che ha fatto almeno 236mila morti; la crisi economica; le proteste razziali di questi mesi. Quello che Biden potrà fare dipende, anzitutto, dalla situazione che troverà a Washington. Una cosa è assolutamente certa: sarà un presidente molto diverso dal suo predecessore. Il riferimento storico forse più immediato resta quello di Lyndon Johnson, un presidente molto meno popolare e affascinante del suo predecessore John Fitzgerald Kennedy (di cui fu anche vice presidente) ma che da un punto di vista politico si è rivelato più importante e determinante per la storia degli Stati Uniti.

IL CONTESTO – Non è ancora chiaro cosa succederà al Senato. In particolare, bisogna aspettare il secondo turno per i due seggi senatoriali della Georgia. Ma sembra che i repubblicani siano riusciti a mantenere il controllo di almeno uno dei due rami del Congresso. Questo avrà delle ripercussioni certe sull’azione di governo di Biden, che nel passato ha più volte detto di essere capace di mediare con i repubblicani, ma che si troverà a lavorare con un partito repubblicano trasformato e radicalizzato da quattro anni di amministrazione Trump (tra l’altro, quale sarà il ruolo proprio di Donald Trump nei mesi successivi alla sua sconfitta? Tornerà a fare il privato cittadino, cosa che pare improbabile, o continuerà a occuparsi di politica, forte di una base che lo considera la propria legittima guida?). Probabile comunque che il nuovo presidente dovrà fare ricorso a frequenti executive orders e atti amministrativi per superare l’opposizione dei repubblicani. Probabile anche che si troverà a gestire con qualche difficoltà l’ala più a sinistra del suo partito, che l’ha obbedientemente sostenuto in campagna elettorale (come non aveva fatto con Hillary Clinton nel 2016) ma che ora vuole impegni precisi. Possibile comunque che il confronto non diventi scontro. Biden ha già dimostrato di essere capace di spostarsi a sinistra su molte questioni, dalla sanità alle tasse universitarie, perché in questi anni la base elettorale del suo partito si è spostata a sinistra. La sua scarsa propensione a grandi visioni ideologiche, il suo pragmatismo, potrebbero portarlo a riforme ben più radicali di quelle in un primo tempo previste. Una wealth tax, un’imposta patrimoniale sull’esempio di quella proposta da Elizabeth Warren, potrebbe per esempio essere una possibilità concreta. Del resto, come ha detto un altro uomo d’apparato, il senatore Chuck Schumer, i democratici sanno molto bene che “non implementare riforme coraggiose, potrebbe farci ritrovare tra quattro anni con qualcuno ancora peggiore di Donald Trump”.

L’EMERGENZA – Biden non arriva quindi alla Casa Bianca con il mandato di governare l’esistente. I suoi primi provvedimenti dovranno comunque essere legati alla gestione della pandemia. Quando, il 20 gennaio 2021, Biden giurerà da presidente, il Covid-19 potrebbe aver fatto oltre 350mila morti (sono proiezioni dei “Centers for Disease Control and Prevention”). Il primo “order of business” di Biden alla Casa Bianca sarà dunque mirato a contenere il virus.Il democratico ha proposto un piano che prevede l’obbligo nazionale di indossare la mascherina, un aumento del numero di tamponi effettuati e l’allargamento dell’azione di tracciamento, maggiore assistenza federale per le famiglie colpite dagli effetti economici della pandemia, divieto per le compagnie di assicurazione di aggiungere costi aggiuntivi alle polizze per la copertura contro il Covid.

LE PRIORITA’ NAZIONALI – Tra le prime mosse di un’amministrazione Biden, ci sarà sicuramente la conferma dell’Affordable Care Act, la riforma sanitaria di Barack Obama, anche se bisogna vedere cosa, a quel punto, avrà deciso la Corte Suprema, che in queste settimane deve prendere in esame un ricorso che verte proprio sulla costituzionalità della legge. Molte aspettative riguardano anche la possibilità che il Congresso introduca un complesso di misure relative alla riforma della polizia. Perché queste diventino legge, sarà però necessaria non soltanto la spinta del presidente ma soprattutto la volontà del Senato; che a questo punto, considerata l’opposizione repubblicana a intaccare il potere dei dipartimenti di polizia, appare estremamente poco probabile. Tra le priorità di Biden, anche quelle legate all’educazione, particolarmente sentite dalla sinistra del partito. Il suo piano prevede di rendere gratuito l’accesso a college e università pubbliche per i membri di nuclei familiari con un reddito inferiore ai 125mila dollari. Una misura importante, soprattutto a livello simbolico, sarà l’abolizione del bando a chi arriva da alcuni Paesi a maggioranza musulmana. E centrale sarà la presentazione di un piano di creazione di infrastrutture con cui ridare slancio all’economia abbattuta dal Covid.

LA SCENA INTERNAZIONALE – In campagna elettorale, Biden ha più volte accusato Trump di aver isolato gli Stati Uniti nel mondo, riducendone drasticamente il prestigio. Tra i primi atti del nuovo presidente ci potrebbe quindi essere il ritorno al tavolo delle grandi istituzioni/questioni internazionali. Tra questi ci sono sicuramente gli accordi di Parigi sul clima, da cui Trump ha ritirato gli Stati Uniti, oltre a una ripresa dei negoziati sul nucleare iraniano, anche questi abbandonati per volontà del precedente presidente. Il giorno dell’Inaugurazione, il 20 gennaio appunto, resteranno poi solo due settimane prima della scadenza del New Start, il solo trattato di controllo degli armamenti nucleari sopravvissuto alla presidenza Trump. Vladimir Putin si è detto disponibile a un rinnovo per altri cinque anni; il via libera dovrà arrivare ora da Joe Biden. Altra probabile mossa sarà la ripresa dei finanziamenti americani alla World Health Organization, che Trump aveva sospeso.

LA CINA – Probabile che Biden porti al capitolo dei rapporti con la Cina un approccio più stabile rispetto a quello piuttosto erratico di Donald Trump, che passava dal condonare i campi di concentramento per musulmani nello Xinjiang agli insulti per aver permesso la trasmissione dei virus in Occidente. Più stabile non vuol però dire più morbido. È infatti probabile che Biden riprenda gran parte delle politiche più dure di Trump nei confronti della Cina. Il democratico ha già detto di voler mantenere le tariffe commerciali decise da Trump, ricercando anche forme di coordinamento internazionale per mantenere la pressione su Pechino. Durissimo è stato sui temi relativi ai diritti umani in Cina: Biden ha definito “genocidio” la persecuzione degli Uiguri. Se la politica di Washington su Taiwan e Hong Kong non è destinata ad ammorbidirsi, è probabile che il nuovo presidente cerchi forme di cooperazione e di intesa con Pechino sulla questione dei cambiamenti climatici.

L’AMMINISTRAZIONE – Da mesi, il transition team di Biden sta valutando nomi e profili per la prossima amministrazione. Molti di questi hanno già servito insieme a Biden nell’amministrazione Obama. Si sa che la priorità sarà data allo staff interno della Casa Bianca, per poi passare alla scelta dei diversi segretari. Per il ruolo potentissimo di chief of staff, si fa il nome di Ron Klain, che ha ricoperto la stessa posizione quando Biden era vice presidente e che ha coordinato la risposta dell’amministrazione Obama all’epidemia di Ebola. Per il ruolo di segretario alla difesa si fa il nome di Michèle Flournoy, che è stata sotto segretaria durante l’amministrazione Obama e che sarebbe la prima donna a ricoprire questo ruolo. Al Tesoro potrebbe andare Lael Brainard, che è membro del board della Federal Reserve e che ha già lavorato, anche lei, per Obama. La possibilità che al Tesoro finisca Elizabeth Warren è vista con entusiasmo dalla sinistra del partito, ma incontrerebbe probabilmente una feroce opposizione da parte dei repubblicani del Senato. Susan Rice, anche lei veterana degli anni di Obama, è considerata la scelta più probabile per il Dipartimento di Stato. Un ruolo, forse quello di attorney general, potrebbe toccare a uno dei senatori più vicini a Biden, Chris Coons del Delaware. Possibile anche che una posizione importante nel coordinamento delle operazioni di gestione della pandemia venga affidata a Vivek Murthy, ex surgeon general con Obama e che sul tema ha consigliato in questi mesi Biden.

IL CONFRONTO CON LA STORIA – Una cosa è assolutamente certa. Joe Biden sarà un presidente molto diverso dal suo predecessore. Lo sarà, ovviamente, dal punto di vista umano, caratteriale. Biden non perde occasione per enfatizzare le sue origini piccolo-borghesi, le sue qualità di comprensione, ascolto, ragionevolezza. Trump è stato invece, sotto tutti i punti di vista, un presidente “larger than life”, che ha fatto della sua eccezionalità, dello scontro spinto all’eccesso, della vittoria e distruzione dell’avversario, caratteri peculiari del suo stile di governo. C’è poi un’altra differenza sostanziale, tra vecchio e nuovo presidente. Con Joe Biden, gli Stati Uniti tornano a un politico ben radicato a Washington, un uomo d’establishment, un democratico d’apparato, senza grandi convinzioni ideologiche, che ha passato buona parte della sua vita a mediare e far passare leggi al Congresso. Come Johnson era meno popolare e affascinante del suo predecessore John Fitzgerald Kennedy, anche Biden appare sicuramente meno affascinante dal punto di vista politico di Obama, l’uomo di cui fu vice. Ma proprio la sua conoscenza dei meccanismi di governo e la capacità di adeguarsi alle richieste della base democratica potrebbero renderlo un presidente dagli esiti interessanti e imprevisti.

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