“Che questa epoca buia di demonizzazione finisca qui e ora”. Nel suo discorso della vittoria da Wilmington, Delaware, Joe Biden ha chiesto all’America di superare le divisioni di questi anni e guardare al futuro insieme, democratici e repubblicani, con fiducia e rispetto. Introdotto dalla vice Kamala Harris, Biden ha citato una sola volta, di passaggio, Donald Trump, che continua a parlare di brogli e a non riconoscere la vittoria dell’avversario. Ma Biden ha parlato ai 70 milioni di americani che hanno votato Trump, promettendo che sarà anche il loro presidente. “È giunto il momento di sanare e riconciliare in America”, ha detto Biden, che sa quanto queste elezioni abbiano lasciato ferite difficilmente rimarginabili.

È stato un discorso ottimistico, il più importante per un politico dalla carriera lunga e che già due volte, senza riuscirci, ha cercato di diventare presidente: nel 1988 e nel 2008. Per un caso curioso del destino, la proclamazione di Joe Biden a presidente è avvenuta nello stesso giorno di novembre in cui, 48 anni fa, entrava per la prima volta al Senato degli Stati Uniti. Da allora Biden è diventato uno dei protagonisti della politica di Washington, un democratico centrista, attento alle dinamiche istituzionali, aperto al confronto con i repubblicani, con cui ha lavorato per molti anni al Senato. Biden è stato anche un uomo che ha molto sofferto: ha perso la prima moglie e la figlia in un incidente automobilistico; il figlio Beau per un tumore al cervello.


Queste due caratteristiche – rispetto delle istituzioni e capacità di “sentire” il dolore, la sofferenza degli altri – hanno percorso il discorso della vittoria di Biden, rimandato di giorni e giorni, in attesa che un conteggio elettorale lungo e complicato arrivasse al termine. Dal palco di Wilmington, Biden ha subito voluto escludere la possibilità che qualcuno possa mettere in dubbio la sua vittoria. “Il popolo americano ha parlato. Ci hanno votato 74 milioni di americani – ha detto – più di qualsiasi altra elezione presidenziale della storia americana”. Subito dopo la rivendicazione della vittoria, è però arrivata la mano tesa ai repubblicani: “Prometto di essere un presidente che cercherà non di dividere, ma di unire – ha detto -. Un presidente che non vede Stati rossi o Stati blu, ma solo gli Stati Uniti d’America”.

Centrale nel discorso è stato il riferimento alla pandemia, che continua ad allargarsi e devastare larghe aree del Paese. “Il nostro lavoro comincia con il mettere il Covid sotto controllo”, ha affermato Biden, secondo cui “non ci potrà essere rinascita economica” se la crisi sanitaria continua a colpire. In questo, Biden ha dimostrato di credere in un approccio diametralmente opposto rispetto a quello di Trump. Se l’attuale presidente ha sempre spiegato che non l’economia americana non può essere “chiusa, a causa del coronavirus, perché altrimenti non ci sarà più l’economia”, il presidente eletto ha invece posto come sua priorità proprio il controllo del virus. Lunedì, ha annunciato, inizierà a lavorare perché il piano sanitario contro la pandemia possa entrare in vigore già il 20 gennaio, giorno dell’entrata di Biden alla Casa Bianca.

Covid, economia, ma anche giustizia razziale e clima sono state le priorità annunciate da Biden, che ha anche promesso di ridare all’America il suo ruolo “di faro e il rispetto che merita” nel mondo. In un accenno importante al modo in cui è arrivato alla Casa Bianca, Biden ha detto di essere “orgoglioso del fatto di aver messo in piedi la coalizione più ampia e diversa della storia. Democratici, repubblicani, indipendenti, progressisti, moderati, conservatori, giovani, anziani, delle città, dei sobborghi e delle campagne, gay, etero, tansgender, bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani”. Poi, in un riconoscimento dell’appoggio ottenuto dagli afro-americani (anche durante la difficile fase delle primarie democratiche), Biden ha detto: “Specialmente nel momento in cui la mia campagna si è trovata nel punto più difficile, la comunità afro-americana ha preso posizione per me. Non lo dimenticherò mai”. Il voto dei neri, in effetti, si è rivelato essenziale per la vittoria di Biden in Pennsylvania, Michigan, Wisconsin, Georgia.

La parte più importante, e politicamente delicata, del victory speech di Biden è stata comunque quella dedicata proprio alla questione del superamento dei contrasti, della polarizzazione esasperata che hanno segnato questa campagna elettorale e i quattro anni appena trascorsi. Se Trump, nel suo discorso inaugurale del gennaio 2017 aveva parlato di “massacro americano”, esasperando come non mai le divisioni politiche, sociali, etniche del Paese, Biden ha scelto la strada opposta. Ha chiesto di “abbassare i toni”, di non riconoscere nel rivale politico un nemico ma un americano. Il nuovo presidente ha parlato “dell’anima dell’America” che deve essere curata e rinnovata; e ha chiesto apertura e ascolto anche a chi non ha votato per lui: “Diamoci una possibilità a vicenda”, ha detto. Da notare come anche Donald Trump nel discorso della vittoria del 2016 avesse messo da parte risentimento e intemperanze della campagna elettorale e chiesto all’America, democratici e repubblicani e indipendenti, di “riunirsi come un solo popolo”. Un proposito che, quattro anni dopo, appare del tutto disatteso. Nessun presidente ha sollevato un’opposizione più tenace di Donadl Trump.

Quello di Biden è stato alla fine un discorso caldo, ottimistico, in cui è risuonato anche il riferimento all“arco della storia che pende verso la giustizia”, la frase di Martin Luther King che Barack Obama aveva a sua volta inserito nel discorso della vittoria al Grant Park di Chicago nel 2008. Le parole di Obama, allora, erano state soprattutto centrate sulla novità del primo presidente afro-americano della storia; Obama aveva citato una donna di 106 anni, Ann Nixon Cooper, nata una generazione dopo la schiavitù e che allora era ancora in vita per testimoniare il primo presidente nero. Biden oggi non può ovviamente – per età, storia, formazione – rivendicare la stessa forza simbolica. Ma il suo discorso è sembrato ripercorrere quello di Obama nella rivendicazione orgogliosa della diversità come cuore dell’esperienza americana, e nella visione dell’America come luogo delle infinite possibilità. “Yes, We Can”, ha scandito a un certo punto Biden.

A questo proposito, l’intervento del presidente eletto è stato introdotto da Kamala Harris, la prima donna e la prima donna nera e asiatica a diventare vice presidente. Anche nel caso di Kamala Harris, c’è stata una significativa coincidenza storica. La sua nomina a vice presidente arriva nel giorno del 150esimo anniversario del passaggio del Quindicesimo Emendamento, quello che dice che il diritto di voto “non potrà essere negato o ridotto… sulla base della razza, del colore o di una precedente condizione di servitù”. Vestita di bianco, il colore delle suffragette, Harris ha sottolineato proprio il carattere storico della sua candidatura. Parlando della madre, arrivata dall’India negli Stati Uniti a 19 anni, Harris ha detto: “Penso a lei e penso a quelle generazioni di donne – nere, asiatiche, bianche, ispaniche, native americane – che hanno con la loro azione preparato questo momento. Io sarà la prima donna a ricoprire questo ruolo, ma non sarò l’ultima”. Come dopo di lei ha fatto anche Biden, Harris ha chiesto agli americani, in tempi di pandemia, di “credere nella scienza”.

La serata si è conclusa con tutta la famiglia Biden e il marito di Harris, Douglas, a festeggiare sul palco, tra lancio di stelle filanti e fuochi artificiali. Poco prima, nella fase finale del suo discorso, Biden aveva fatto riferimento proprio al figlio scomparso, Beau. Citando un salmo che parla di risollevarsi “sulle ali delle aquile”, Biden ha detto di capire il dolore dei tanti che hanno perso, in questa epidemia, i loro cari. Un altro riferimento, l’ultimo e più emozionante, alla tragedia che non finisce di scuotere l’America.

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