Ascoltare Max Pezzali è un po’ come misurarsi con il termometro dello stato d’animo degli italiani, questa infatti è la formula che ha portato al successo gli 883. “Qualcosa di nuovo” è il nuovo disco di inediti che esce venerdì ed è anche il titolo del singolo, ballad scritta a 6 mani con Jacopo Ettore e Michele Canova che ne ha curato la produzione a Los Angeles. Il video del singolo è stato ideato, prodotto e interpretato da Fabio Volo, mentre Max e suo figlio Hilo compaiono solo come cammei. Nell’album sono presenti alcuni featuring: da Tormento a GionnyScandal per finire con J-Ax. “L’album era previsto ad aprile con un titolo ancora da decidere. Poi è arrivato l’elefante”, ci racconta Pezzali dove l’elefante è la pandemia.

Come puoi parlare d’amore, d’amicizia, del tempo che passa, di cose normali con la pandemia?
Oggi non si può ancora raccontare il Covid-19 perché è relegata alla cronaca e, secondo me, non c’è ancora la giusta distanza e il distacco per valutare questi avvenimenti. Perciò è giusto parlare d’amore e contestualizzarlo come fosse un racconto fatto di piccole e grandi cose quotidiane.

In “Qualcosa di nuovo” canti “ci credevamo immortali (…) volevamo soltanto osare e volevamo soltanto andare”. Abbiamo tirato troppo la corda?
Sì. Io sono un catastrofista di natura, anche perché cresciuto in mezzo ai film catastrofici, e mi sarei aspettato di tutto persino l’arrivo degli zombie alla ‘Walking Dead’, ma di certo non questa pandemia. Avevo una tale fiducia nella scienza e nella tecnologia da pensare che negli anni 2000 un evento del genere fosse impossibile accadesse. Quindi questa immensa fiducia nei nostri mezzi, nella scienza e nella tecnologia ci ha portato a sottovalutare l’imponderabile e l’invisibile. Siamo tornati d’un tratto uomini nudi davanti a qualcosa che non possiamo controllare.

Del resto sono cambiate tante cose dagli anni ’70 ai 2000 proprio come duetti con J-Ax in “7080902000”…
Esattamente. Chi ha vissuto ed è cresciuto negli Anni 70 è vivo per miracolo con una percezione della salute pubblica inesistente. Basti pensare al padre di famiglia che fumava in macchina ma il finestrino non doveva essere troppo abbassato perché ‘fa freddo e ci si ammala’. Una contraddizione unica. Non c’erano reti di sicurezza, ci si spaccava per terra in cortile quando giocavamo da piccoli, c’era l’antitetanica per evitare che la ruggine creasse infezioni. Se dovessimo giudicare con i protocolli sanitari che ci sono oggi, i genitori di allora finirebbero tutti sotto processo (ride, ndr)!

I ragazzi di ieri sono diversi da quelli di oggi?
Noi siamo cresciuti con i nostri piccoli e grandi problemi dall’amore alla ricerca del nostro posto nel mondo. Gli stessi interrogativi li ritrovo nei giovani di oggi nonostante gli enormi cambiamenti dal punto di vista tecnologico: sono tutti connessi a Internet. Anche se mio figlio, che ha 12 anni, mi batte in qualsiasi e mi dà del ‘boomer’ poi lo vedo alle prese con le piccole pene d’amore e certe paure ataviche come anche con la difficoltà a staccarsi dal suo orsacchiotto. Alla fine li vedi lì, questi ragazzi, con gli stessi pensieri, con gli ormoni a palla e alla ricerca dell’abbraccio nonostante siano evoluti e sembrino dei cyborg.

Auguri alle nuove generazioni “buona fortuna” e lo fai con “I ragazzi si divertono” e “Noi c’eravamo”. Come mai?
Ai ragazzi di oggi dico ‘non abbiate paura di essere considerati una generazione sfigata’ proprio perché ai nostri tempi anche noi venivamo considerati una generazione di coglioni. A noi dicevano che non avevamo ‘il sacro fuoco del cambiamento’ mentre qualche anno prima c’è chi aveva fatto il ’68. Insomma ai giovani dico che anche noi non avevamo grandissime storie delle raccontare ma abbiamo vissuto l’amicizia, l’amore e avevamo una spalla su cui piangere nei momenti di difficoltà. Non abbiate paura di sbagliare ed esprimervi anche se qualcuno vi può giudicare male. Raccontate le vostre storie senza farvi fuorviare da chi le giudica stupide perché noi siamo testimoni del nostro tempo.

A proposito di figli, tuo figlio Hilo vive a Roma, una città che ti ispira amore-odio. Sei preoccupato per lui?
Io ho vissuto a Roma e da lombardo posso dire che non è stato facile. Le cose non sono cambiate. Quando stavo a Pavia per fare una tessera sanitaria nuova e il passaporto dalle 9 alle 12:30 avevo già fatto tutto, i miei amici romani erano sbalorditi e mi hanno pure preso in giro perché loro ci avrebbero messo più di una settimana. Roma è una città enorme, ma è anche pace di grandissimi gesti di umanità. Quando meno te lo aspetti puoi ricevere una pacca sulla spalla e parole di conforto e poi basta fare un giro per capire che se per millenni è rimasta così e grandiosa, c’è sempre un motivo.

La cattiva gestione di Roma dipende dal sindaco o dal sistema ormai radicato?

Roma ha delle peculiarità speciali che rendono complicatissima la sua gestione. Se Parigi è stata abbattuta e rifatta dal prefetto Haussmann alla fine dell’800 secondo uno schema regolare, Roma nei secoli è stata costruita uno strato sopra l’altro. C’è il centro, ci sono i quartieroni popolari e le periferie. Ogni zona ha una sua realtà, una sua specificità. Ci sono problemi diversi e credo che l’unica soluzione sia una gestione capillare, attenta a ogni zona. Roma andrebbe gestita come se fosse divisa in tante città diverse tra loro.

Tornando all’amore in “Sembro matto” racconti che ci si sente un po’ stupidi a innamorarsi in età non più giovanissima. Perché?
L’amore ‘da grandi’ è ancora un po’ un tabù società. Lo vedo anche con mio figlio che se vede che ci si innamora anche a 50 anni allora si irrigidisce e subito arriva l’appellativo del ‘boomer’. Io quando devo dare un bacetto a mia moglie cerco di stare attento ma non perché mio figlio è geloso ma perché so che per la sua età due ‘vecchi’ che si baciano è inconcepibile (ride, ndr). La verità è che c’è sempre bisogno d’amore.

Se dico San Siro cosa rispondi?
Ho volato per la felicità per il grande successo delle prevendite e ho provato la più grande delusione quando si è profilata la tragica realtà dell’impossibilità di festeggiare a luglio tutti insieme. Cerco di essere ottimista per l’anno prossimo e spero di salire su quel palco perché non è possibile pensare al nostro mestiere senza la musica live e guardare negli occhi tutta la gente che viene lì per te e cantare con te. Se non dovesse più esistere una una dimensione live preferirei fare un altro lavoro.

Parli di un settore che deve reinventarsi?
Sì perché poi bisogna fare inevitabilmente i conti con la realtà a quel punto se dovesse essere impossibile in tempi ragionevoli tornare a regime, tutto il nostro settore dovrà pensare a reinventarsi con il grosso rammarico di dover agire comunque con le gambe tagliate. Se togli a questo lavoro il live è come avere gli arti bloccati.

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