“C’è una speranza per tutte le donne abusate: non perdiamola, e quindi non arrendiamoci”. È un grido che profuma di vita il film Herself – in italiano titolato con La vita che verrà – Herself – diretto con profonda levità dalla britannica Phyllida Lloyd, nota per aver firmato Mamma Mia! e soprattutto The Iron Lady, entrambi impreziositi dalle performance di Meryl Streep.

Un’opera che, incarnando la lunga tradizione del cinema sociale e civile Made in UK, denuncia due drammi purtroppo ancora di stringente attualità: da una parte la violenza domestica sulle donne, dall’altra la carenza in materia di “social housing” ovvero la messa a disposizione delle persone indigenti o in difficoltà di abitazioni a carico dello Stato. La bella notizia è che Herself non è solo un film “tematico” ma è anche formalmente ben concepito, libero da facili retoriche e quindi protetto dalle facili accuse del ricatto morale.

Al centro è la storia di Sandra, una giovane donna dublinese, madre di due bimbe che viene regolarmente picchiata dal compagno; a seguito dell’ennesima nonché ferocissima violenza decide di andarsene con le figlie. Il suo destino incerto è reso ancor più drammatico dall’insostenibile lista di attesa per ottenere un alloggio sociale, che la costringere a spese impossibili in un hotel. Da un video su YouTube scopre la possibilità della casa fai-da-te, e da quel momento la battaglia di Sandra è su due fronti, ma è anche una resistenza che contiene una speranza che supera la sopravvivenza: quella di migliorare se stessa come donna, madre, essere umano e sociale. Film a basso budget “perché mi faceva sentire più vicino al teatro a cui sono legata” dice la regista, nasce dall’idea dell’attrice irlandese Clare Dunne che ha poi deciso di scriverne lo script come pure di recitare il ruolo di Sandra.

Il lavoro è frutto di lunghe ricerche, dialoghi con donne abusate, persone chiuse nelle carceri, studi approfonditi di situazioni simili a quelle descritte che sono passate non solo attraverso le vessazioni esterne ma hanno dovuto combattere i propri demoni interiori, non di meno emotivamente drammatici. “La situazione delle donne abusate è peggiorata durante il lockdown, e questo è stato chiarissimo fin dall’inizio per chi ha un minimo di dimestichezza con questa tragedia umana e sociale” sottolinea Lloyd che ha già preso accordi per la diffusione capillare del film presso associazioni dedicate a tale piaga. “Non so se potrà uscire nelle sale vista la pandemia, ma io voglio giri in ogni forma o piattaforma possibile, si tratta di un’urgenza”.

Un’urgenza che ci rimanda a cinquant’anni fa, quando Ken Loach (che curiosamente con la regista di Bristol condivide la data di compleanno, 17 giugno) denunciava il Social Housing con l’indimenticabile Cathy Come Home sulla BBC. Il problema è ancora presente, a cui appunto si aggiunge quello della condizione kafkiana di queste donne che non vogliono – perché non possono per il bene proprio e dei figli – tornare a condividere lo stesso tetto con un partner violento. Non privo di elementi di leggerezza, come da tradizione del cinema sociale britannico, mette in luce anche l’importanza della cooperazione umana, la costruzione della cosiddetta community che fa la differenza rispetto a un pericoloso isolamento. Sandra è dunque sostenuta in una confort zone da gente conosciuta quasi per caso che si adopera a sostenerla, a partire dalla generosità della dottoressa per la quale lavora come donna delle pulizie che crede in lei e nella sua tenacia. Un film al femminile ma non manicheo rispetto al “tema femminile” che, dopo gli applausi ricevuti al Sundance, al London Film Festival e qui alla Festa del Cinema di Roma, vedremo nelle sale grazie a Bim a partire dal 25 novembre in concomitanza con la Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne.

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