Mettiamoci l’anima in pace: anche in Italia potrebbe tornare presto un nuovo lockdown. Non sono uno scienziato per poterlo affermare con certezza. Non sono nemmeno un chiromante per poterlo prevedere. Uso solo il buon senso. La seconda ondata è già arrivata in Australia dove sono stati costretti a chiudersi in casa mesi fa. Il ritorno del coronavirus ai livelli della scorsa primavera non è una fantasia ma una possibilità, purtroppo. Basta leggere i dati degli altri Paesi.

Finora in nome del motto “Parigi val bene una messa” si è scelta la strada di non fermare ulteriormente la nostra economia già in ginocchio in molti settori ma se la curva dei contagi continuerà ad aumentare il diritto alla salute prevarrà.

In questo scenario dobbiamo fare con chiarezza e parresia una considerazione: se si tornerà a chiudersi in casa, la scuola non potrà restare aperta. E’ vero la scuola ora è il posto più sicuro. Il ministero dell’Istruzione è riuscito a vincere la sfida tra mille problemi. Le mascherine sono arrivate; il gel igienizzante pure; gli ingressi sono scaglionati e differenziati; il metro di distanza in aula c’è; le riunioni (la maggior parte) si fanno online, finalmente!

Da maestro posso garantirlo: i miei alunni rispettano le regole, indossano la chirurgica, quasi tutti si misurano la febbre, provano (non sempre ci riescono) a tenere la distanza. Dobbiamo dire grazie ai bambini che più degli adulti hanno imparato a rispettare le regole. Dobbiamo dire grazie a maestri e professori che si sono assunti la responsabilità di vigilare. Dobbiamo ringraziare anche il fatto che, come ci dicono i pediatri, il virus in età infantile è subdolo ma meno aggressivo. I risultati non mancano: alla data del 10 ottobre, gli studenti contagiati erano pari allo 0,080% (5.793 casi di positività); per il personale docente la percentuale è dello 0,133% del totale (1.020 casi); per il personale non docente si parla dello 0,139% (283 casi).

Resta una questione: fuori da scuola è un circo. La questione trasporti è stata sottovalutata per settimane. Ne sono testimone. Da giornalista ho chiamato più volte il ministero dei Trasporti per chiedere un parere in merito al sovrannumero di studenti sul bus e la risposta è stata: “Non abbiamo segnalazioni”. Al Mit hanno fatto spallucce. Hanno chiuso orecchie, occhi, bocca. Per la verità anche in viale Trastevere hanno preferito avere un atteggiamento pilatesco piuttosto che puntare l’indice sull’alleato di governo. Questione di equilibri.

Per mesi abbiamo fatto finta di niente come se tutto fosse sparito. Abito in un piccolo paese della provincia di Cremona e bastava uscire una sera in un bar per vedere gente senza mascherina, incurante degli altri. Le persone hanno dimenticato troppo presto il suono delle sirene, le campane a morto.

In questo scenario la scuola non può far finta di nulla. Non può non pensare ad un possibile ritorno alla didattica a distanza. E’ da incoscienti farlo.
A primavera la dad era la panacea. “La didattica a distanza sta funzionando”, diceva la ministra. E ancora: “E’ un’opportunità”.

Bene. Prepariamoci a tornare a fare lezione online e facciamolo facendoci una domanda: “Siamo pronti?”. La formazione sulla dad non c’è stata. Pochi l’hanno fatta. Poche scuola l’hanno resa obbligatoria. L’infrastruttura digitale è rimasta quella di aprile. Forse è arrivato qualche tablet in più in qualche scuola. Nulla di più. Non esiste nemmeno uno straccio di contratto che regolamenti e tuteli il lavoro degli insegnanti da casa.

L’unica novità è l’aver cambiato il nome da didattica a distanza a didattica integrata e l’aver riempito qualche foglio di belle parole così da aumentare il plico di piani e progetti.

Non sono un fanatico della lezione da casa. E’ chiaro che preferisco una scuola dal vivo, fatta di pacche sulla spalla, di una corporeità che parla, che comunica. E’ evidente che la dad ci ha fatto perdere migliaia di ragazzini ma non buttiamo l’acqua sporca con il bambino.

In questi mesi ho avuto l’opportunità e il dono di fare lezione in TV su Rai Gulp e con altri maestri siamo riusciti a fare storia, geografia, scienze, arte, musica, grammatica e matematica dietro uno schermo. In migliaia ci hanno seguito e ci hanno chiesto di continuare. Fare lezione davanti ad un personal computer o ad uno schermo non è un “gioco da ragazzi” ma esige strategie comunicative, conoscenze ed esperienze da mettere in campo.

Ecco, non abbiate paura della didattica a distanza ma di chi non la sa fare (che poi se non la sa fare davanti ad uno schermo non la sa fare nemmeno in presenza). Se tornerà dovremo solo essere più pronti e forse non lo siamo. Forse è venuto il momento di non gridare “al lupo al lupo” ma di darci da fare sul serio per affrontare un eventuale ritorno alla scuola non della distanza ma di una vicinanza “diversa”.

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