Riaprire le scuole in sicurezza è fondamentale per il Paese. I danni derivanti dalla chiusura prolungata delle scuole sono innumerevoli e proprio gli studenti in maggiore situazione di disagio o con una condizione di disabilità ne subiscono le conseguenze più pesanti. La chiusura delle scuole ha effetti devastanti sulle famiglie e sull’economia, perché i genitori che non trovano una sistemazione per i figli sono a loro volta impossibilitati a recarsi a lavoro.

Con un grande impegno da parte di insegnanti, personale tecnico amministrativo, dirigenti scolastici e inevitabili sacrifici da parte di studentesse, studenti e i loro genitori, la scuola è ripartita il 14 settembre. A distanza di tre settimane, c’è stata una prima analisi dei dati da parte del comitato tecnico scientifico e della ministra Lucia Azzolina. Che cosa ha dichiarato la Ministra? “Restiamo molto prudenti, ma al momento i dati sono positivi e questo ci conforta tutti.”

E poi: “Dalle prime valutazioni fatte è emerso che, a oggi, la scuola non ha avuto impatto sull’aumento dei contagi generali, se non in modo molto residuale […] dal 14 al 26 settembre, il personale docente che risulta contagiato è lo 0,047% del totale (349 casi di positività), si parla dello 0,059% (116 casi) per il personale non docente, per gli studenti la percentuale è dello 0,021% (1.492 casi). Come spiegato dall’Istituto superiore di sanità i casi nelle scuole sono casi sporadici e per lo più contratti fuori dalla scuola”.

Sono dichiarazioni di grande prudenza, con la consapevolezza che si tratti di dati preliminari e soprattutto citando numeri che vanno sempre messi nel giusto contesto. Ma è qualcosa di sorprendente? In realtà, già a fine maggio l’epidemiologa Sara Gandini aveva spiegato, insieme al prof. Guido Silvestri, persone di cui invito i lettori a verificare da soli il curriculum e le competenze, che in base ai dati raccolti le scuole non sono affatto i principali luoghi di contagio.

Sporadici contagi nelle scuole non sono escludibili perché il “rischio zero” non esiste in nessuna situazione, ma i dati accumulati fino ad adesso dicono che l’epidemia si può controllare anche con le scuole aperte. Quando si sente una notizia riguardo alla chiusura in un qualsiasi paese, ad esempio la Francia, tipo “70 scuole chiuse per Covid” bisogna chiedersi quante sono le scuole francesi in totale. E si scopre che sono circa oltre 40.000. Ecco che cosa significa contestualizzare.

La ministra Azzolina non ha espresso sue opinioni personali, ma ha ripetuto quello che anche il Prof. Franco Locatelli, del Consiglio Superiore di Sanità e membro del Comitato tecnico scientifico, ha detto: “La riapertura della scuola è stata un successo per questo Paese” e che l’effetto della riapertura sull’epidemia di Coronavirus ha avuto un effetto “fra il nullo e il marginale”.

Non sappiamo ancora quale sarà esattamente l’impatto delle mascherine e ambienti chiusi nella stagione invernale, quindi la prudenza è d’obbligo, come d’altronde ribadito dalla ministra. Tutto a posto quindi? Non esattamente. Il 6 ottobre è uscito su Repubblica.it un articolo a firma Corrado Zunino dal titolo “Numeri azzardati, oggi non si può dire che la scuola sia al sicuro” e come sottotitolo Il mondo della scienza critico con la diffusione dei dati del ministero dell’Istruzione.

Il “mondo della scienza”, secondo Zunino, sarebbero il biologo Enrico Bucci, di “spesso curriculum”, qualsiasi cosa questo voglia significare (nell’articolo originale c’è un link a una pagina di Repubblica e non un cv) ma soprattutto la pagina Facebook Coronavirus – dati e analisi scientifiche, gestita da due persone con un dottorato in fisica, Giorgio Sestili e Francesco Luchetta,

Questo articolo rappresenta, in mia opinione, tutto quello che il mondo dell’informazione non dovrebbe mai fare: allarmismo e catastrofismo citando fonti dubbie. Chiaramente, chiunque può definirsi “divulgatore scientifico” ed è un servizio civico quello di raccontare la scienza in modo semplice. Però, di fronte a una pandemia globale, prima di lanciarsi in interpretazioni personali è il caso di usare grande prudenza. Infatti, uno degli autori, Giorgio Sestili, sosteneva solo quattro giorni prima che l’aumento dei casi di Covid-19 sarebbe stato un “possibile effetto della riapertura delle scuole.”

Ora a questo punto bisogna capirsi. Senza dati, il 2 ottobre si affermava che l’impennata dei casi “potrebbe essere un effetto della riapertura delle scuole”, e una volta che i dati sono stati finalmente disponibili, il 6 ottobre la stessa persona invoca cautela: “Proprio perché vogliamo bene alla scuola, il suggerimento che diamo alla ministra Azzolina è quello di avere più cautela nel dare i numeri.”

In realtà, non c’è nulla di sbagliato nel rendere pubblici i numeri. È esattamente quello che ci si aspetta da un governo responsabile: dire la verità. Anzi: fornire i numeri è un obbligo per i governi democratici, perché dati positivi o negativi permettono ai cittadini di formarsi la propria opinione in modo indipendente. Pensiamo solo per un attimo a quali sarebbero le conseguenze e quale clima di sfiducia si creerebbe senza il bollettino giornaliero del numero di casi positivi: allora sì che esploderebbero incontrollate le teorie allarmistiche o negazioniste.

Mentre chi ha incarichi istituzionali è obbligato a fornire i numeri, non c’è questa impellente necessità da parte di chi gestisce pagine Facebook di divulgazione scientifica, perché, come è successo in questo caso, i titoli dei mezzi d’informazione (quello a cui si ferma oltre il 90% dei lettori) possono essere davvero allarmistici. Quale genitore non si preoccuperebbe almeno un po’ nel leggere “non si può dire che la scuola sia al sicuro”?

Ora abbiamo a disposizione i primi dati. Senza di questi, non potremmo sapere se la via intrapresa è quella giusta (il numero di contagi rimane costante o scende) oppure bisogna rivedere la nostra strategia (il numero di contagi aumenta in modo incontrollato). Davanti a noi c’è una lunga strada, e l’unica possibilità è di percorrerla tutti insieme con cautela ma senza catastrofismo e allarmismo.

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