Prima ci si chiedeva dove fosse finita, poi come recuperarla sotto gli affreschi del Vasari che incorniciano il maestoso Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. Adesso uno studio ci dice che la misteriosa pittura della “Battaglia di Anghiari” non solo non è stata realizzata da Leonardo da Vinci, ma non è mai esistita. Queste le conclusioni di una ricerca durata quasi sei anni, raccolta nel volume La Sala Grande di Palazzo Vecchio e la Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci. Dalla configurazione architettonica all’apparato decorativo, presentato al museo degli Uffizi e pubblicati dalla casa editrice fiorentina Olschki nella collana Biblioteca Leonardiana. Studi e Documenti, a cura di Roberta Barsanti, Gianluca Belli, Emanuela Ferretti e Cecilia Frosinini.

Frutto di un’indagine interdisciplinare coordinata dal Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze – con la guida di Emanuela Ferretti, professoressa di storia dell’architettura – insieme alla collaborazione del Kunsthistorisches Institut del Max Planck Institut e della Biblioteca Leonardiana di Vinci, in cui per la prima volta è stato collegato il progetto del dipinto di Leonardo alla storia architettonica del Salone dei Cinquecento.

Da più di 50 anni si discute infatti se a Palazzo Vecchio, sotto gli affreschi di Giorgio Vasari, in particolare dietro quelli che raffigurano la battaglia di Scannagallo, vi sia il leggendario dipinto del genio del Rinascimento. Per il pool di esperti, autori del monumentale libro, le vicende storiche e costruttive del Salone e di Palazzo Vecchio attestano che nel corso della prima metà del Cinquecento avvennero più volte trasformazioni, con demolizioni e ricostruzioni tali che nessuna traccia del capolavoro – se mai ci fosse stata – avrebbe potuto sopravvivere.

Secondo Roberto Bellucci, ex restauratore dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, e Cecilia Frosinini, direttrice del Settore restauro pitture murali dell’Opificio delle Pietre Dure, il fallimento nel realizzare un innovativo intonaco impedì a Leonardo “di andare avanti e affrontare la parte pittorica vera e propria”, perché questo si verificò “nella fase in cui si era ancora a preparare il muro”. “E ovviamente questo disastro dev’essere stato quello che ha determinato anche l’abbandono da parte di Leonardo del cantiere e un abbandono in una fase iniziale, relativa soltanto all’approntamento dell’intonaco. Come anche l’assenza di documenti relativi a forniture di materiali pittorici veri e propri sta a confermare”, concludono Bellucci e Frosinini. I documenti rinvenuti testimoniano infatti che tra il 1503 e il 1506 a Leonardo vennero fatte forniture soltanto di materiali destinati a un cartone preparatorio e agli intonaci murari, non di colori per dipingere una parete.

E proprio del cartone preparatorio della “Battaglia di Anghiari” la Signoria di Firenze si assicurò la proprietà, grazie a una delibera imposta a Leonardo nel maggio del 1504. Cartone che, intero o più verosimilmente una sua sopravvivenza parziale, venne poi esposto, protetto da una cornice lignea, e fu visto da alcuni visitatori che ne resero testimonianza come di un “resto” del grandioso progetto leonardesco. Ed è probabilmente sempre questo cartone che fu utilizzato successivamente per le copie, ispirando anche la Tavola Doria.

“Una rigorosa rilettura dei dati e dei documenti noti da tempo e di altri nuovi e più recenti” testimoniano che Leonardo da Vinci “non dipinse mai la ‘Battaglia di Anghiari'”, afferma Francesca Fiorani, docente di storia dell’arte moderna alla University of Virginia, durante un convegno agli Uffizi per illustrare le ricerche confluite nel nuovo volume. “Con queste nuove ricerche, la domanda è stata spostata da dove fu realizzata a se fu eseguita la Battaglia di Anghiari e il rigoroso studio dei dati, tra quelli nuovi e quelli già in nostro possesso, ci ha portato in questa direzione”, ha spiegato Fiorani. “Sia in base alle ricerche sulle trasformazioni architettoniche del Salone dei Cinquecento che in base ai documenti” la “Battaglia di Anghiari” non solo non esiste più, ma nemmeno fu mai realizzata.

Nel 2012, fautore della caccia all’affresco fantasma di Leonardo fu anche l’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi che in un tweet postò: “Dimostrato che la battaglia d’Anghiari c’è, chiedo al Governo di autorizzarci a verificare le condizioni in cui è. E tirarla fuori”. Da lì, con una microsonda partì l’esplorazione sull’affresco del Vasari, prelevando anche materiali, i “famigerati buchi” che tanto fecero arrabbiare Cecilia Frosinini (e non solo), la quale – in rappresentanza dell’Opificio delle Pietre Dure – rifiutò di far parte del comitato scientifico che doveva avvallare la ricerca coordinata dall’ingegnere Maurizio Seracini.

“L’Opificio delle Pietre Dure chiese di poter rifare le analisi sui materiali prelevati (che erano stati analizzati da un laboratorio privato) ma questi non vennero forniti perché risultarono scomparsi. Quei materiali repertati vennero allora magnificati – afferma oggi Frosinini – e addirittura si disse che quel pigmento nero sarebbe stato il ‘nero della Gioconda’. Ma si tratta di un’affermazione senza senso, perché per secoli è sempre stato usato lo stesso pigmento nero da Giotto, a Leonardo a Caravaggio per fare solo alcuni nomi di grandi maestri. In realtà non si tratta di materiali pittorici ma materiali murali, di frammenti di muro”. In risposta, l’ingegnere Seracini, titolare della Editech di Firenze e responsabile della ricerca del 2012 sugli affreschi del Vasari, afferma: “Preferisco non replicare a certe argomentazioni, anzi a certe polemiche, perché io mi considero un uomo di scienza e la scienza predilige il confronto allo scontro. Sono sereno, verrà anche il mio tempo, quello in cui pubblicherò i risultati delle mie ricerche, dal 1975 al 2012, con cui, nei tempi e nei modi opportuno, illustrerò i dati oggettivi emersi e che quindi si potranno discutere in sede scientifica”.

La sistematica verifica attuata su tutte le fonti storiche, scrive Ferretti nell’introduzione al volume edito da Olschki, “non permette di condividerne le conclusioni che poi hanno costituito la base scientifica per i fori sugli affreschi vasariani della parete est, nell’ultima campagna di ricerche”. Il fraintendimento del motto “cerca trova”, che compare nella scena della ‘Battaglia di Scannagallo’, ha rappresentato il caposaldo su cui l’equipe di Maurizio Seracini, già protagonista con Carlo Pedretti delle ricerche degli anni Settanta, ha impostato, prima nel 2005 e poi nel 2011 , la ricerca della Battaglia di Anghiari sul settore meridionale della parete est, forando in più punti (circa dieci) l’affresco di Vasari”. Ma, conclude Frosinini: “La forza della ricerca storica è di creare nuove domande, che ovviamente siano basate su una rigorosa lettura dei dati, sia nuovi che già acquisiti”.

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