Picture a Scientist” significa “immagina uno scienziato”. Se la lingua inglese non indica il genere, la lingua italiana lo fa e al 99% questo è tradotto al maschile, anche quando non esistano motivi per farlo. E questo perché fin dalla più tenera età la figura di chi si occupa di scienza è un maschio, così viene immaginata, ritratta, percepita. Ma non funziona così. O almeno non dovrebbe. A ricordarcelo è il bellissimo documentario Picture a Scientist di Sharon Shattuck e Ian Cheney presentato in questi giorni in prima italiana all’11ma edizione di Mondovisioni, la rassegna ferrarese di documentari di Internazionale, selezionati dalla virtuosa CineAgenzia. Un’edizione indicata dagli organizzatori come “straordinaria” per ovvie ragioni pandemiche che si svilupperà in 7 weekend da ottobre 2020 a maggio 2021. L’inaugurazione si è tenuta ieri e tra le opere presenti – tutte selezionate dai migliori festival internazionali – si è distinto appunto Picture a Scientist, di produzione americana e che ha avuto al Tribeca la sua premiere mondiale.

Al centro è l’esperienza umana di alcune eminenti scienziate americane diventate il simbolo e il sintomo della profonda disuguaglianza in materia di diritti civili e professionali da sempre in atto nel mondo della scienza. Proprio quel mondo che, ironicamente, si vanta di celebrare la meritocrazia come criterio elettivo. Ricercatrici di ogni settore scientifico e di diverse generazioni dimostrano, invece, che non è mai stato così. E se i numeri parlano chiaro anche a chi non sa leggerli – il mondo scientifico conta un 71% di uomini contro un 29% di donne – servono invece le testimonianze dolorose e imbarazzanti di queste signore della scienza per esplicitare cosa possa significare una discriminazione sessista che arriva alla molestia in un ambiente costruito sul “sistema di dipendenze”: in altre parole, se una donna scienziata vuole fare carriera o quanto meno tentare di realizzare ciò che è in grado di realizzare, non può rifiutarsi di ricevere attenzioni sessuali perché in tal caso è destinata ad ostracismi, ostruzionismi, fino all’allontanamento dalla propria professione, cioè dal proprio sogno. “Perché noi vogliamo solo parlare di scienza”, è il loro mantra.

Le ingiustizie e le molestie subite dalla decana biologa del MIT Nancy Hopkins, dall’oceanografa Jane Willenbring, dalla chimica (peraltro black) Raychelle Burks sono imbarazzanti anche al solo ascolto, e sembrano inverosimili se non fossero assolutamente veritiere. A vaso colmo, queste signore insieme ad altre hanno preso il coraggio di tale verità e l’hanno condivisa con altre accademiche loro pari fino al raggiungimento di una situazione talmente vasta in USA (ma ovviamente diffusa in tutto il mondo) da aver deciso di elaborare un rapporto, che ha preso il nome di MIT Report, pubblicato nel 1994. Da quel momento qualcosa è cambiato radicalmente, a partire dalla volontà di almeno 9 atenei a collaborare col prestigioso Massachusetts Institute of Technology per affrontare tematiche in materia di equità di genere. Perché “la correzione richiede l’azione” ci ricordano le scienziate e il cinema documentario – quando di livello – può riempire vuoti di conoscenza per smuovere, finalmente, le coscienze.

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