Bisogna riconoscere che sostenere il No era un’impresa non facile. Come si possono convincere i cittadini a cancellare una riforma votata quasi all’unanimità dal Parlamento e sottoposta a referendum per il ghiribizzo di un pugno di onorevoli e di qualche consiglio regionale, il tutto per evidenti motivi di momentaneo opportunismo politico?

Detto questo (come amano dire oggi i politici), è opportuno osservare come coloro che si sono dedicati alla difficile impresa hanno commesso una serie di sciocchezze, sbagliando grossolanamente la loro comunicazione. Tutto è cominciato con la storiella del caffè ripetuta fino alla noia. Ma quella storiella, che voleva essere spiritosa, non convinceva nessuno perché un risparmio anche minimo è sempre un risparmio. E poi a me pare che gli italiani al prezzo del caffè al bar (oltre che alla qualità) siano piuttosto sensibili: lo vogliono pagare il giusto, ma non sprecarci neppure un centesimo.

Improvvisamente il tono sbarazzino della metafora gastronomica ha lasciato il campo alla linea retorico-terroristica con le minacce di un fosco avvenire e i paroloni. Dal caffè si è passati al vulnus, alla sacralità violata della Costituzione, alla riduzione della democrazia, alla deriva autoritaria. Anche questo difficile da capire, perché se la democrazia dipende dal numero dei parlamentari in rapporto agli abitanti, allora la più grande democrazia in Europa è quella maltese, mentre nell’evocare derive autoritarie si manifesta un piagnisteo infantile, un vittimismo segno di scarso rispetto per tutti coloro che i sistemi autoritari li hanno vissuti davvero sulla propria pelle.

Insomma, spararle grosse è un gioco che gratifica molto chi lo conduce ma alla lunga diventa stucchevole e non convince più di tanto. E così, alla fine, dopo tante preoccupazioni per il futuro dalla linea terroristica si è scivolati su quella narcisistica. Forse ormai certi della vittoria del Sì, i sostenitori del No hanno cominciato a dipingersi come perdenti ma dalla parte giusta, in minoranza ma superiori sul piano intellettuale, morale, civile.

Insensibili al fatto che per il Sì si esprimessero esimi costituzionalisti (Zagrebelsky), politici con cattedra alla Sorbona (Letta), vecchi galantuomini assai esperti di dinamiche parlamentari (Bersani), hanno perseverato nella loro descrizione del campo avverso come un crogiuolo di populismo, demagogia, superficialità e della loro posizione come una testimonianza, quasi un martirio, in difesa dei più nobili principi. Legittimati anzi stimolati in questo atteggiamento assurdo dai grandi quotidiani e dai loro direttori e proprietari, pronti a presentarsi in tv per appuntarsi al petto il loro No come una medaglia.

Su questo è inevitabile aprire una parentesi che riguarda l’ultimo arrivato tra i quotidiani: Domani. Nato come un’alternativa, quasi un dispetto a Repubblica, alla ricerca di lettori proprio tra i delusi delle scelte del giornale di Molinari, il quotidiano di Stefano Feltri, dopo aver girato un po’ intorno all’argomento, alla fine, nel momento decisivo per marcare la differenza, ha scelto di appiattirsi sulla linea del suo diretto competitor: un vero capolavoro.

Chiusa la parentesi, è molto interessante analizzare gli ultimi sussulti della propaganda per il No nei quali è si è manifestato con evidenza l’atteggiamento che ho definito narcisistico. Chi frequenta Facebook avrà avuto modo di vedere come negli ultimi giorni di campagna siano stati pubblicati moltissimi post in cui appariva in bella vista l’immagine dell’utente e la scritta “io voto no”. Attenzione! Non un invito, un imperativo o un congiuntivo esortativo, come di solito avviene nelle elezioni, non un “vota” o come nell’antico slogan del Pci “vota e fai votare” ma un indicativo, una dichiarazione, un’esibizione della propria scelta. “Io voto no e me ne vanto, io voto no perché sono bravo/a, perché non sono come quei beceri populisti”.

Su una cosa concordo con chi oggi celebra il risultato del No: con una campagna così dissennata il 30% è un miracolo.

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