È un’epoca sciagurata quella in cui si afferma la logica binaria del sì/no, giusto/sbagliato, vero/falso, mi piace/non mi piace. Ancora più sciagurata se a quella logica rigida, priva di pensiero complesso e manichea, si aggiunge anche la logica quantitativa, per cui si misura il valore di ogni cosa (un’idea, una persona, una misura legislativa) in termini esclusivamente numerici.

A tutto questo ci ha ormai abituato la società di Internet, con i social che hanno praticamente imposto uno schema mentale ed esistenziale: una cosa piace o non piace, una persona assume valore (in tutti i sensi, anche economico) in base ai follower, al numero di like, alla quantità di condivisioni che ottengono i suoi post.

Un tale scenario si è affermato con buona pace del pensiero complesso, secondo cui a ragionare bene e in profondità emergono sfumature che rendono inevitabilmente più articolato il giudizio che si può emettere su una questione, ben oltre il semplice e assolutistico gradimento o disappunto.

Senza contare che settant’anni di televisione ci hanno ormai svelato gli effetti perversi della logica numerica (l’Auditel): proliferazione di programmi spazzatura, soppressione di quelli di qualità per mancanza di ascolti, involgarimento dei personaggi televisivi e, non da ultimo, abbassamento generalizzato del livello cognitivo, estetico ed etico dell’opinione pubblica. Cioè del Paese nel suo insieme, che tanto per mettere un suggello allo scempio di cui sopra ha ben visto di far assurgere a politico di punta per un ventennio proprio il re delle televisioni (Silvio Berlusconi).

Questo lento ma inesorabile processo di degenerazione culmina oggi nel referendum più inutile della storia patria. Quello in cui la demagogia del Sì vorrebbe convincerci (nientemeno!) che riducendo il numero dei parlamentari risolleveremo le casse esangui del paese, oltre naturalmente a creare le condizioni per essere rappresentati da una classe politica migliore.

La retorica del No, dall’altra parte, solleva altissime questioni di democrazia per dire che avere meno rappresentanti del popolo significa soltanto conferire più forza ai poteri extra-politici o dell’anti-politica (finanza, populismo, movimenti autoritari), privando i cittadini di rappresentanti nobilissimi (e profumatamente pagati) dei loro interessi. Tutta retorica che si appoggia su un sistema ormai privo di quella facoltà che Hegel chiamava “distinzione”, ossia la capacità di andare oltre l’adesione propria del tifo calcistico o del fideismo religioso.

Insomma, c’è del vero e del falso in entrambe le posizioni referendarie (che qui ho volutamente ridotto all’osso e banalizzato), ma allo stesso tempo a entrambe sfugge il fulcro della questione.
Sì, andando ben al di là della riduttiva questione numerica (più o meno parlamentari), a minare oggi il sistema paese è piuttosto un altro aspetto: sto parlando del livello infimo della media dei suddetti parlamentari, che poi diventano sottosegretari, ministri, capi di governo etc.. Un livello infimo a livello culturale, di competenze specifiche, di idee, di visione per il futuro.

Certo, a dettare l’agenda ai nostri politici e governanti è oggi la finanza, con i risultati disastrosi e socialmente devastanti che sono sotto gli occhi di tutti coloro interessati a vedere, ma ciò non avviene in virtù dell’alto o del basso numero dei nostri rappresentanti parlamentari. Ciò si verifica perché il sistema politico è privo di idee e progetti degni di questo nome, nonché di una chiara visione per il futuro. È in questo mare magnum di incompetenza e improntitudine che i poteri extra-politici trovano un terreno fertile per sostituirsi agli amministratori democraticamente eletti, oppure per dettare loro l’agenda delle cose da fare, spesso a discapito dell’interesse collettivo.

Abbiamo bisogno di scuole di politica, di finanziamenti tesi a risollevare l’istruzione media dell’opinione pubblica, più in generale di una rivalorizzazione di tutto quel compartimento che finisce sotto il nome di cultura e formazione e che oggi viene sistematicamente ignorato.

Infine, invece di concentrarsi su inutili referendum, che a loro volta si fondano su quesiti grotteschi per quanto insignificanti, sarebbe ben ora di una misura drastica: una legge che riveda il suffragio universale passivo. Tradotto in soldoni: si tratta di regolamentare l’eleggibilità e la nomina a cariche politiche strategiche per il paese, studiando delle misure che consentano ciò soltanto a persone di certificata competenza e con una cultura di base rispetto al diritto costituzionale, alla storia e alla pubblica amministrazione (aggiungendoci anche la conoscenza quantomeno dell’inglese).

Se pensiamo a quante certificazioni e quanti punteggi vengono richiesti al comune cittadino (per esempio per svolgere la professione di insegnante), risulta incomprensibile e scandaloso che si possa assurgere a ruoli di governo del paese senza alcuna competenza certificata. Chi volesse davvero risollevare le sorti del paese, si occuperebbe di tali questioni, non di inutili referendum buoni per una democrazia ridotta a tifo da stadio.

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