“Avrei dovuto capirlo fin dal primo momento in quali condizioni venivano tenuti i piccoli pazienti nel reparto di Terapia intensiva neonatale dell’ospedale di Verona. Ma la mia unica preoccupazione era Nina, la sua salute, la diagnosi che avevano appena fatto. Invece, avrei dovuto capirlo quando il giorno stesso della sua nascita sono entrata nel reparto”. Francesca Frezza è la madre che con la sua denuncia ha fatto venire alla luce uno scandalo sanitario senza precedenti, in una struttura sanitaria d’eccellenza come l’ospedale di Borgo Trento, dove quasi un centinaio di neonati sono stati colpiti dal batterio Citrobacter. Quattro sono deceduti e 9 hanno subito danni cerebrali gravissimi. Sono passati pochi giorni dalla sospensione cautelare di tre direttori di struttura, mentre la procura della Repubblica non ha ancora iscritto nessun nome nel registro degli indagati. Al momento c’è solo l’ipotesi di reato: omicidio colposo plurimo e lesioni gravi, commessi in ambito sanitario. Tra le prove d’indagine ci sono anche i filmati e le foto raccolte dalla mamma di Nina che mostrano i comportamenti tenuti da medici, personale sanitario e genitori di altri pazienti.

Perché avrebbe dovuto capire che qualcosa non funzionava?
Perché quando suonai e mi aprirono la porta non venne nessuno. Era la prima volta che entravo nel reparto. Ho detto: ‘Sono la mamma di Nina’, ma nessuno si è preoccupato di spiegarmi che cosa avrei potuto o non potuto fare, quali regole rispettare. Fui io a cercare la stanza dove c’erano i camici, le sovrascarpe, i guanti, il liquido per disinfettarsi le mani. Entrai, mi vestii e andai da Nina.

Dopo alcuni mesi lei portò la figlia a Genova, al Gaslini.
E trovai un trattamento completamente diverso. Quando arrivai per la prima volta, il caposala mi ricevette e mi spiegò tutto quelli che avrei dovuto fare. E tra le altre cose mi consegnò una busta sterile in cui avrei dovuto mettere i cellulare quando ero nel reparto.

La Procura ha acquisito video e fotografie che mostrano i comportamenti in Terapia intensiva neonatale.
Li ho registrati io. E io stessa ho fatto le foto, che ho consegnato parecchi mesi fa ai magistrati. Quando ho deciso di portar via Nina da Verona mi sono detta che avrei dovuto documentare tutto quello che vedevo.

Che cosa accadeva?
C’è la foto di un medico che mangiava il leccalecca, in un ambiente sterile, senza i guanti e la mascherina. C’è la ripresa del fattorino che entrava senza nessun camice, con le scarpe sporche per portare un pacco senza contenitore sterile fino al banco della caposala. Tutti usavano il cellulare, i genitori i medici, gli infermieri. Aprivano le finestre, entravano portando sacchetti.

Ha mai fatto segnalazioni?
Una settimana prima di andare via da Verona e portare Nina a Genova sono andata a parlare con la caposala. Le ho detto tutto quello che avevo visto, che secondo me non andava.

La risposta?
Non ha detto niente. Però quelle prove le ho portate ai magistrati.

Nel frattempo sono arrivate le sospensioni cautelari del direttore sanitario, del direttore medico ospedaliero e del direttore di Pediatria.
Ma secondo me non è tutto. Perché il reparto di Microbiologia non è stato toccato? Sono stati loro a fare le analisi e se accertano situazioni così numerose di contaminazione da Citrobacter avrebbero dovuto segnalarlo.

Non lo hanno fatto?
Io non posso dire se e che cosa abbiano segnalato. Ma ragiono: se un laboratorio certifica, in un determinato arco di tempo, un numero così grande di bambini infetti, chi effettua le analisi dovrebbe preoccuparsi. Io però posso porre delle domande…

La prima?
Che cosa hanno fatto a Microbiologia quando hanno registrato gli esiti degli esami sui bambini? Hanno segnalato ai responsabili del reparto?

Le altre?
A quali altri responsabili dell’ospedale hanno inviato le informazioni? Hanno segnalato il fatto all’unità di crisi? E chi è entrato in possesso di quelle informazioni, che cosa ne ha fatto?

Minimizzare, sembra essere stata questa la parola d’ordine all’interno dell’ospedale di Verona, come indica la relazione della commissione ispettiva nominata dalla Regione Veneto. Una conferma viene da un’intervista televisiva – anche questa cassetta è stata acquisita dalla Procura – di Elisa, la mamma di Alice, deceduta lo scorso 16 agosto, cinque mesi e mezzo dopo la nascita. “Alice è venuta al mondo alle 23 del 4 marzo e all’una di notte era già in Terapia intensiva neonatale. Le hanno fatto i tamponi e sono risultati negativi ai batteri, era sana. Poi però le è stato riscontrato il Citrobacter, che le ha mangiato il 70 per cento del cervello”.

La donna continua: “Chiedevo ai medici: è successo ad altri bambini? Non avendo risposte da loro su quanto sarebbe accaduto ad Alice, speravo di confrontarmi con genitori alle prese con lo stesso problema. Mi hanno detto che non ne esistevano altri. E invece, parlando tra mamme nella stanza del tiralatte, ho scoperto che c’erano bimbi contagiati dal Citrobacter, chi da dicembre 2019, chi da gennaio 2020, in condizioni più o meno gravi. Ne ho contati una trentina e ho saputo che quando hanno ricoverato Alice l’hanno messa nella stessa camera con quattro piccoli colpiti dal batterio. Perché non li hanno isolati?”.

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