Francesco Guccini ha rilasciato un’intervista ad Huffington Post in occasione della prossima uscita del suo romanzo, Tralummescuro (Giunti), finalista il premio Campiello. Un’intervista da scrittore, si sottolinea: “Io ho scritto soltanto canzoni che raccontano una storia e le ho scritte solo quando avevo qualcosa da raccontare. Sono stato un narratore anche da musicista. Le canzoni uscivano fuori da sole, io tutt’al più definivo i tratti dei personaggi, immaginavo le loro avventure, ma non ho mai scritto una canzone perché la mia casa discografica me lo aveva chiesto, oppure perché mi sforzavo di scriverla”. Il libro parla di Pàvana, di un mondo, quello contadino, che non c’è più. Un racconto di ricordi, ma senza un briciolo di nostalgia. E nella lunga intervista, Guccini parla anche dell’impoverimento della lingua italiana: “Credo che c’entri anche la scuola, perché una volta chi arrivava alla quinta elementare scriveva in un italiano buono, almeno senza errori, oggi nemmeno la maturità è la garanzia che chi l’ha ottenuta sarà sicuramente dotato di una buona scrittura: mi capita di leggere certi strafalcioni!”. L’occasione è giusta per parlare di scuola, alla possibile riapertura dopo il lockdown imposto dal covid-19: “Ho l’impressione che la scuola tenda a rimuovere la fatica dello studio e quando un autore risulta troppo difficile da comprendere si preferisca accantonarlo, anziché affrontarlo e sudarci sopra per venirne a capo. Credo che la scuola farebbe bene a essere meno ‘mamma’ con gli studenti“. Se riuscirà a riaprire? “Più che altro mi auguro che non richiuda subito dopo che sarà aperta, perché la sensazione è che le procedure per la riapertura siano ancora in alto mare”.

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