È stato presentato questa mattina il tradizionale Rapporto di metà anno dell’associazione Antigone, che fa il punto della situazione carceraria per il primo semestre dell’anno in corso. Il Rapporto, dal titolo “Salute, tecnologie, spazi, vita interna. Il carcere alla prova della fase 2”, raccoglie i numeri più significativi in relazione all’andamento della popolazione carceraria da gennaio a giugno, nonché: 1. uno studio a campione effettuato da Antigone nelle scorse settimane sulla ripartenza dopo le misure di totale chiusura adottate dalle carceri; 2. un elenco dei procedimenti penali in corso dove si indaga per presunte torture avvenute in carcere; 3. la sintesi di un documento di proposte sul modello di vita interna elaborato dall’associazione e inviato ai vertici dell’Amministrazione Penitenziaria.

Emerge come si stia attenuando l’effetto delle misure di contenimento del sovraffollamento penitenziario introdotte dal decreto cosiddetto ‘Cura Italia’ dell’8 marzo, che avevano visto passare i detenuti presenti dalle 61.230 unità della fine di febbraio alle 53.904 della fine di aprile, con un calo di 7.326 unità in due mesi. Nei successivi tre mesi, fino al 31 luglio scorso, il calo ulteriore è stato infatti di soli 285 detenuti.

Il tasso di affollamento ufficiale è oggi pari al 106,1%, ma due elementi vanno tenuti presenti: innanzitutto, che il tasso di affollamento reale è superiore, poiché non si tiene conto delle varie migliaia di posti inutilizzabili a causa della chiusura dei relativi reparti; in secondo luogo, che la situazione è disomogenea sul territorio nazionale e in ben 24 istituti il tasso di affollamento supera il 140%, mentre in 3 addirittura il 170% (Taranto con il 177,8%, Larino con il 178,9%, Latina con il 197,4%). In forte calo la presenza di detenuti stranieri, che negli ultimi dodici anni sono diminuiti di 4,3 punti percentuali.

È necessario scendere sotto le 50.000 presenze per garantire spazio, distanziamento, possibilità di istituire sezioni di isolamento in ogni carcere. Se fortunatamente a oggi la situazione sanitaria penitenziaria non è esplosa, va comunque detto che il tasso di contagio (con 287 detenuti contagiati in totale, secondo l’ultimo dato disponibile del 7 luglio) è stato superiore a quello esterno e che il rischio che accada quanto successo nelle Rsa non va sottovalutato.

Oltre la metà dei detenuti presenti in carcere (il 52,6%) ha un residuo di pena inferiore a tre anni. Una parte di queste persone potrebbe senz’altro accedere a misure alternative alla detenzione, che non significano affatto la libertà bensì una modalità diversa di scontare la pena, senz’altro più utile e decisamente meno costosa (Antigone ha calcolato che, se anche solo la metà dei detenuti con tale residuo pena accedessero a misure alternative al carcere, si potrebbero risparmiare fino a 500 milioni di euro di soldi pubblici all’anno).

Lo studio a campione effettuato da Antigone ha mostrato come la fase 2 abbia visto riprendere ovunque i colloqui con i famigliari, la più dura delle restrizioni introdotte per arginare il virus. Naturalmente essi vengono effettuati adottando misure di prevenzione (separazioni in plexiglass, mascherine, controllo della temperatura, etc.) e varia il numero delle persone ammesse a colloquio (spesso è consentito l’accesso ad un solo familiare ma in alcuni istituti possono accedere un adulto e un minore).

Quanto alle videochiamate, vera novità introdotta con l’emergenza sanitaria, continuano a venire effettuate in praticamente tutti gli istituti oggetto del monitoraggio. Nella maggior parte di essi, tuttavia, sono di fatto divenute alternative ai colloqui in presenza. Essendo prive di costi, di problemi di sicurezza ed essendo di facile realizzazione, sarebbe auspicabile che le videochiamate potessero aggiungersi ai colloqui visivi e non fossero alternativi a questi. Sono modalità di comunicazione che raggiungono persone diverse: i lunghi spostamenti per i colloqui spesso risultano troppo faticosi per genitori anziani o figli piccoli, che possono in questo caso preferire le videochiamate senza gravare sul numero massimo di incontri che un detenuto può avere con altri familiari.

Sarebbe inoltre fondamentale che tale modalità di comunicazione, sperimentata nei mesi scorsi, venisse in futuro utilizzata anche per altre attività, prima tra tutte la didattica. L’analfabetismo informatico che investe le nostre carceri è quanto di più lontano dalla prospettiva di una reintegrazione in società destinata ad avere successo.

Chiudiamo con uno sguardo sui procedimenti penali in corso per presunti episodi di tortura nei confronti di persone detenute. Sono attualmente 8 e si riferiscono a episodi che sarebbero avvenuti nelle carceri di Monza, San Gimignano, Torino, Palermo, Milano Opera, Melfi, Santa Maria Capua Vetere, Pavia. Negli ultimi 4 casi ci si riferisce a eventi che sarebbero accaduti a seguito delle rivolte penitenziarie del marzo scorso, quale presunta ritorsione contro chi avrebbe partecipato ai disordini. Antigone riporta la ricostruzione dei presunti accadimenti e lo stato dei procedimenti.

Il Rapporto di metà anno di Antigone si inserisce all’interno dei lavoro dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione in Italia, con il quale dal lontano 1998 l’associazione monitora lo stato delle carceri italiane, visitandole di continuo e rendendo trasparenti luoghi che possono rischiare, con la chiusura a sguardi esterni, di avallare abusi di potere. Il controllo sociale è sempre stato nella storia il massimo fattore di garanzia rispetto a qualsiasi potere che possa rischiare di uscire dalla legalità. Nel luogo deputato a rinchiudere il privato cittadino che non rispetta la legge, non si può tollerare che sia lo Stato a non rispettarla.

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