Nel limbo tra periferie e carcere, dove i confini tra dentro e fuori si confondono lungo perimetri estremamente porosi che dividono l’interno delle celle sovraffollate dal degrado esterno fatto di crimine, povertà e ingiustizia sociale, il coronavirus si diffonde rapido. Sfuggendo alle statistiche. Secondo una ricerca del Consiglio nazionale di giustizia del Brasile, soltanto a giugno nelle carceri del Paese è stato registrato un aumento del’800 per cento rispetto a maggio dei casi di infezione da coronavirus. Una situazione che preoccupa l’organo legato al sistema giudiziario del Paese, dal momento che gli 8.924 detenuti sottoposti al test dall’inizio della pandemia, rappresentano solo l’1,2 per cento della popolazione carceraria che alla data del 31 dicembre 2019 era costituita da 748.009 persone a fronte di una disponibilità di 435.884 posti.

Secondo i dati del Dipartimento penitenziario nazionale (Depen), a 2.351 carcerati è stato diagnosticato il Covid-19, mentre quasi mille casi sospetti sono in attesa di conferma. Non è un caso che lo stesso Depen stimi che la mortalità per coronavirus in carcere sia 5 volte maggiore rispetto a quella del Paese. All’inizio della pandemia 32mila e cinquecento detenuti in regime di carcere semi-aperto o con situazioni di salute compromessa, hanno lasciato le unità carcerarie per disposizione del governo che ha accolto una raccomandazione della Cnj. Numeri irrisori di una misura che comunque non rappresenta la soluzione.

A offrire uno spaccato della situazione carceraria brasiliana, è il ricercatore italiano Sergio Grossi, profondo conoscitore della realtà che per l’Università di Padova ha realizzato una ricerca sul sistema educativo nei penitenziari brasiliani. “La tubercolosi e altre malattie erano già endemiche e non adeguatamente trattate in carcere, anche io nel corso della ricerca sono stato infettato. Tutte le persone che lavorano in queste strutture fatiscenti sono a rischio, come lo sono le loro famiglie e la società in generale. La precarietà della risposta medica sta uccidendo molti giovani”, afferma Grossi. “A causa del coronavirus la settimana scorsa è deceduto un ragazzo di 28 anni che era stato arrestato per il possesso di 10 grammi di marijuana. Le celle sembrano esplodere. Nella penombra sono ammassate decine di persone che fanno i turni per dormire e si imbottiscono di psicofarmaci per resistere alla violenza strutturale. Difficile proteggersi in queste condizioni disumane”.

Lo stato di abbandono in cui versano i penitenziari del Paese in un momento così drammatico come quello della pandemia è fotografato dal sondaggio “Agenti carcerari e la pandemia Covid-19”, condotto dall’istituto di ricerca Fondazione Getulio Vargas pubblicato a giugno, secondo cui solo il 32,6 per cento degli agenti ha dichiarato di aver ricevuto dispositivi di protezione individuale al lavoro e solo il 9,3 per cento ha dichiarato di avere una minima formazione per affrontare la pandemia. Più della metà dei 301 agenti intervistati, il 54,8 per cento, ha raccontato di avere un collega o un familiare infettato dal virus. La stragrande maggioranza degli agenti, l’82,4, per cento, ha affermato di aver paura di contrarre covid-19 in carcere.

Di fronte a questa situazione drammatica il presidente del Brasile Jair Bolsonaro ha posto il veto su alcuni articoli della legge che regola l’obbligo dell’uso di mascherine protettive negli spazi pubblici di tutto il Paese, cancellando l’obbligatorietà delle mascherine proprio per agenti penitenziari e detenuti. “Questa misura avrà l’effetto di accelerare il contagio delle persone che il governo considera sacrificabili come i detenuti”, afferma Grossi “ma anche i lavoratori delle carceri e le loro famiglie, che pure sono in gran parte espressione delle fasce meno abbienti della popolazione, afro-discendenti e residenti delle periferie”.

Secondo il ricercatore, “la necropolitica neoliberale del governo che riapre le attività economiche con gli ospedali pubblici al collasso, sembra volerci comunicare esplicitamente: morite presto per favore, infettati mentre noi stiamo lavorando su zoom, vogliamo ritornare a bere Caipirinha nelle spiagge di Copacabana. Il governo sembra perseguire con astuzia comunicativa le scellerate politiche che aspirano alle immunità di gregge. Ovvio, il gregge appartiene ad una certa classe sociale e una razza”.

La gravità della situazione carceraria in Brasile ha spinto 200 organizzazioni non governative attive nella difesa dei diritti umani a inviare un documento all’Onu, alla Commissione interamericana dei diritti umani e alla stessa Organizzazione mondiale della sanità, per denunciare le mancanze del governo. Tra le misure entrate nel mirino delle Ong, la proposta di istallare container all’esterno dei padiglioni carcerari dove posizionare temporaneamente i detenuti ammalati di Covid. Una misura discutibile che mina ancora una volta il principio stesso della detenzione.

“Il carcere si legittima con l’idea di educare le persone a non commettere infrazioni. Come può essere efficace se la stessa istituzione commette illegalità”, si chiede Sergio Grossi, che sottolinea “come si può educare qualcuno attraverso la violenza e la violazione della dignità umana? Le ricerche più interessanti disponibili vedono il carcere al centro di una serie di meccanismi che stanno portando avanti una politica genocidaria delle persone che non si sottomettono docilmente all’avanzare della precarizzazione delle condizioni lavorative. In Brasile ogni giorno ci sono decine di Floyd: cosa succederebbe se le più di 800.000 persone attualmente incarcerate si sommassero alle 600.000 persone morte per omicidio negli ultimi dieci anni? Bolsonaro riuscirebbe ancora a dormire tranquillamente? Purtroppo siamo noi – difensori dei diritti umani – che abbiamo visto e non riusciamo a dormire”.

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