Dopo l’accusa di atteggiamenti “negazionisti” lanciata ieri dal premier Conte a Matteo Salvini, continua lo scontro a distanza fra i due ex alleati di governo. Il leader della Lega sostiene che “da più di due mesi il mio avvocato attende che Palazzo Chigi trasmetta gli atti in suo possesso sul caso Gregoretti: un ritardo così significativo, dal 25 maggio a oggi, potrebbe far pensare che voglia nascondere qualcosa”. Non si è fatta attendere la risposta del governo, che – se confermata – aggiungerebbe contorni paradossali allo scambio di accuse. Secondo quanto fatto filtrare con le agenzie di stampa, il segretario generale di Palazzo Chigi Roberto Chieppa ha inviato lo scorso 3 luglio una lettera alla difesa di Matteo Salvini con gli atti richiesti. La missiva, a quanto apprende l’Ansa da fonti del Segretariato generale di Palazzo Chigi, è datata 3 luglio e firmata da Chieppa ed è indirizzata alla segreteria dell’avvocato Giulia Bongiorno. Il documento ha ad oggetto le “investigazioni difensive nell’interesse dell’assistito senatore Salvini”.

Caso chiuso e lamentela inutile? Si vedrà. Fatto sta che Salvini aveva fatto tutta una serie di ragionamenti su quel (a questo punto solo presunto) ritardo sospetto. Il motivo, secondo secondo il leader della Lega, è che “magari nelle carte è confermato il ruolo attivo di tutto il governo”. Ipotesi seccamente smentita da Palazzo Chigi negli incartamenti inviati il 3 luglio. In tal senso, secondo quanto riportato dall’Ansa, dal Segretariato generale di Palazzo Chigi hanno scritto: “Come risulta dagli atti dell’Ufficio di segreteria del Consiglio dei ministri, nel periodo 25 luglio-31 luglio 2019 il Consiglio dei ministri si è riunito una sola volta (in data 31 luglio) al fine di adottare i provvedimenti indicati nell’ordine del giorno, tra cui non figurava la questione relativa alla vicenda della nave Gregoretti, che non è stata oggetto di trattazione nell’ambito delle ‘varie ed eventuali’ nel citato Consiglio dei ministri, né dei Consiglio successivi“. Alla lettera di risposta sarebbe stata allegata una nota degli uffici di diretta collaborazione di Conte, sulle interlocuzioni avute tra il 27 e il 31 luglio sul ricollocamento dei migranti con ministeri e organismi internazionali.

Nelle sue accuse, tuttavia, il segretario del Carroccio si spinge anche oltre, ipotizzando che il premier sia “impegnato ad approfondire il caso Retelit dopo la sentenza del Tar che conferma di fatto il conflitto di interessi di Conte e che potrebbe far scattare un’indagine per abuso d’ufficio a suo carico”. Un’accusa pesante, al momento non suffragata da alcuna fonte giudiziaria. Quando parla del Tar, Salvini si riferisce alla decisione del tribunale amministrativo del Lazio di accogliere due ricorsi contro il governo presentati da Retelit, l’azienda che gestisce cavi in fibra ottica che collegano 9 grandi città italiane. Secondo i giudici, la decisione del governo Conte 1 di utilizzare i poteri speciali (golden power) sulla modifica della governance di Retelit “è viziata per essersi basata su di un parere dell’Agcom rilasciato da un soggetto privo della competenza ad adottarlo”. Il parere in cui l’authority di garanzia attestava che Retelit poteva “essere considerata strategica nel settore delle comunicazioni”, infatti, fu firmato dal solo segretario generale Agcom Riccardo Capecchi. Che secondo i giudici amministrativi non aveva il potere di adottare quell’atto, che richiede una delibera dell’intero consiglio.

Cosa c’entra il premier? Quando ancora era avvocato, Giuseppe Conte aveva firmato un parere pro veritate per il finanziere Raffaele Mincione, che attraverso Fiber 4.0 si stava battendo per il controllo di Retelit. In quel parere si affermava che i concorrenti di Mincione avevano un obbligo di notifica a Palazzo Chigi dei cambiamenti nella governance deliberati dall’assemblea del 28 aprile, pena la possibilità per il governo di “opporsi all’acquisto”. Il 7 giugno, a governo in carica, il secondo Cdm decise per l’esercizio della golden power. Da qui l’accusa di un presunto conflitto di interessi, respinto più volte dal premier dal momento che era risultato assente in tutte le decisioni sul caso. Anche l’Antitrust, coinvolta nel 2019, ha concluso di non dover avviare alcun procedimento nei suoi confronti. Eppure per Salvini la sentenza del Tar, che contesta il parere dell’Agcom su Retelit, lo riguarda direttamente. E farebbe prefigurare, a suo dire, un’indagine per abuso d’ufficio. “Guarda caso è il reato che il governo sta cercando di svuotare, mentre non si parla più di riforma del Csm”, conclude il leader leghista.

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